“Comune Amica”, nuovo componimento di Torres La Torre per Gea

Capo d’Orlando – Riceviamo e pubblichiamo l’ultimo, splendido componimento del poeta Giovanni Torres La Torre, “Comune Amica”, in memoria della nipote Gea, tragicamente scomparsa a San Gregorio qualche settimana fa.

Leggendo e ascoltando si vorrebbero ora trovare

altre parole per arricchire la trama dei libri letti,

e note di dolcezza sconosciuta

per il pentagramma;

indovinare da quale parte di orizzonte

era stato affidato messaggio in bottiglia

ancora in possesso di incompiuto destino.

Si potrebbe chiedere a ciurma di malasorte

aiuto estremo per dipanare la matassa,

ma il vaneggio della cima lanciata

è pari a tatuaggi arabescati con strane ombre,

a note di furore emotivo

come fuoco improvviso nel silenzio del bosco.

Marinaio tenero di cuore e ignaro di questi tormenti,

coltiva sul petto una rosa con spine di sangue,

ma il rosso non dona profumo, una Lili Marlene,

forse nostalgia nell’ultima sosta di vicolo

che si profuma facendosi sentiero, per dove perdendosi

in cerca di chiromante i suoi passi si imbattono

in altri petali stellari di genziane.

Nel viaggio che intraprendono, quasi in sogno di specchio

cercando pianori, faticano a respirare

umidità erbose che hanno perso vicinanza

col suono dell’onda.

Tu pure, salendo da quelle parti di luna di innamorati,

incontri quel nome di fiore sulla prima collina, verso il borgo

ove fa gobba una siepe di profumi, ad un balzo dagli scogli:

                          – Mi chiamano Centaurea Minore –, sussurra la ragazza

che amava il mare – , e vengo dalla leggenda.

Ho medicato le ferite del centauro Chirone, maestro di Achille,

ma i miei antenati erano della stirpe di Erba China,

in parentela con quella di Fiele della Terra

che fu di tintori, verso i monti più alti,

che l’usavano per il giallo verdastro.

 

Ci vorrebbe una nuova generazione di poeti e compositori

che si appassionasse al tema della “comune amica”,

a quelli della vecchia scuola non è concesso altro tempo,

ma per consolazione possono tuttavia chiedere aiuto

alla formica cui è stata bruciata la tana,

a giovane ragazzo con la fisarmonica del nonno,

spolmonata e superstite della tragedia balcanica,

che chiariscano con quali parole cercano di sopravvivere;

si può chiedere a goccia di una qualche sete,

forma perfetta della bellezza, amore che a furia di piangere

si è fatto torrente, suono di pianoforte che si interra

cercando radici, scompare nella compostezza della morte

o ritorna a bussare ai vetri della notte;

si può chiedere alla timidezza del coniglio

che viene alla siepe con passi felpati,

in visita di lutto senza turbare il silenzio di Gea;

si può chiedere aiuto al canto della cicala solitaria

quando timorosa apre il concerto, che sveli

il mistero delle prime note, alle pigne

superstiti al rogo degli incensi

o a qualche grillo di sete perenne, in cerca di voce

per sussurrare alla valle le scuse della sua chitarra

per la quiete turbata, alla stessa parola

uscita per una boccata d’aria sulla porta

o a conchiglia che si ascolta per l’ultimo consulto,

prima che una fitta al petto

si incarni con nome di fiore o di farfalla.

  • Signora Morte parla al poeta e amico Matthias Claudius:

“Dammi la tua mano, bella creatura delicata!

Sono un’amica, non vengo per punirti.

Su, coraggio. Non sono cattiva,

dolcemente dormirai tra le mie braccia”.

       Franz Schubert trasse ispirazione

       per una sua opera dalla canzone del poeta

      “Der Tod und das Madchen” (“La morte e la fanciulla”)

      e definì la morte “comune amica”.

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