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ATI Messina, sindaci depositano emendamento all’Ars

Palermo – Si è tenuta giovedì 11 aprile, a Palermo, nella IV Commissione presieduta dall’On. Giusy Savarino, l’audizione dei rappresentanti delle ATI delle ex provincie della Sicilia.

In particolare per la provincia di Messina oltre al Presidente dell’ATI facente funzioni Orlando Russo erano presenti in audizione il sindaco di Tusa Luigi Miceli, il sindaco di Pettineo Domenico Ruffino, il sindaco di Furnari Maurizio Crimi e il vice sindaco di Tusa Angelo Tudisca, in qualità di delegato ANCI.

Il presidente Orlando Russo ha rappresentato lo stato in cui si trova l’ATI – si legge nel comunicato – ricordando che successivamente alla delibera con cui a luglio 2018 si è deciso per la gestione pubblica, l’Assemblea non ha però ancora deliberato ufficialmente il soggetto a cui affidare il servizio. Se si considera che dal Dipartimento giungono spesso indicazioni non sempre chiare, come quella con cui si chiede all’ATI la presa in consegna dei dissalatori- continua la nota – e che sono di proprietà della Regione che paga il differenziale tra quanto pagato dai cittadini in bolletta (0,70 cent di €) e il costo reale della dissalazione (oltre € 1,80 mc). In tutto questo, per come ricordato da una circolare dell’ultimo 21 marzo scorso, l’ATI dovrebbe procedere ad approntare un proprio piano d’ambito (per i 108 Comuni facenti parte), ed affidare successivamente, al soggetto, ancora non individuato, il servizio idrico integrato da Tusa a Giardini Naxos, isole Eolie comprese, ad una struttura che potrebbe rilevarsi l’ennesimo carrozzone. Visto anche che si differenzia dai famosi e arcinoti ATO rifiuti solo per una i, si corre il rischio che possa seguirne le orme e creare a sua volta altre voragini finanziarie”.

Nel loro intervento i sindaci di Pettineo e di Tusa, in rappresentanza dei circa 40 Sindaci firmatari della nota indirizzata all’ATI e all’Assessorato, hanno dichiarato “irricevibile la nota con cui si diffidano gli Enti alla consegna delle reti, sottolineando come quello di dover garantire il servizio idrico, è un compito ancora più importante e prioritario di quello dei rifiuti, per questo anche rifacendosi a quanto affermato dalla Corte Costituzionale, rivendicano per i propri Enti il diritto di poter scegliere”.

Per questo motivo hanno depositato in Commissione un emendamento all’art. 4 della L. R. n° 19 del 2015, che testualmente recita “Al fine di realizzare economie di scala e/o miglioramenti, in termini di efficacia ed efficienza, i comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti, a causa della particolare collocazione geografica e dei caratteri demografici e socio ambientali, possono gestire in forma singola e diretta il servizio idrico integrato” elevando quindi l’attuale numero che oggi la norma limita ai mille abitanti.

Miceli e Ruffino hanno sottolineato come la proposta di cui si chiede la condivisione della Commissione, già apprezzata e condivisa dall’assessore Bernadette Grasso, quest’ultima presente all’audizione, e dal Presidente dell’ATI Orlando Russo, che la Corte costituzionale con la sentenza n. 33/2019 ha affermato – in riferimento  all’art. 14, comma 28, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 – che la disposizione che impone ai Comuni con meno di 5.000 abitanti di gestire in forma associata le loro funzioni fondamentali  è incostituzionale là dove non consente ai Comuni di dimostrare che, in quella forma, non sono realizzabili economie di scala e/o miglioramenti nell’erogazione dei beni pubblici alle popolazioni di riferimento. I Comuni, stante quanto affermato dalla Suprema Corte, dovrebbero avere la possibilità di dimostrare l’impossibilità di realizzare quelle “economie di scala” e quei “miglioramenti in termini di efficacia e di efficienza” cui è finalizzata la norma che impone la gestione associata, a causa delle condizioni geografiche e demografiche in cui si trovano alcune realtà comunali.

Nel merito si ipotizza, poi, che la disciplina si ponga in contrasto con i principi costituzionali del buon andamento, di differenziazione e tutela delle autonomie locali e con l’art. 3 della Carta europea dell’autonomia locale. L’esercizio obbligatorio in forma associata delle funzioni fondamentali appare, inoltre, comprimere, la potestà regolamentare dei comuni riconosciuta, dall’art. 117, comma 6 cost., “in ordine alla disciplina dell’organizzazione e dello svolgimento delle funzioni loro attribuite”. Con riguardo alla gestione del servizio idrico integrato si evidenzia che la disciplina statale diretta al superamento della frammentazione della gestione delle risorse idriche (d.lgs. n. 152 del 2006) è diretta a preservare l’equilibrio economico-finanziario della gestione e ad assicurare all’utenza efficienza e affidabilità del servizio. Nella pratica applicazione, tuttavia, in particolare nei Comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti, la gestione associata determina diverse disfunzioni rispetto alla gestione già consolidata, quali a titolo esemplificativo un aumento delle tariffe applicate, il venir meno della possibilità di un intervento immediato di manutenzione, oggi assicurato dalla gestione “in loco”. Con la conseguenza che viene meno la ratio che sta alla base della norma che impone l’obbligo della gestione associata e che alla compressione dell’autonomia riconosciuta agli enti locali non segue un reale vantaggio per la popolazione, né per i delicati equilibri di bilancio dei comuni. Con la presente proposta si intende, pertanto, introdurre una limitazione all’obbligo della gestione associata in coerenza con i principi affermati dalla Corte Costituzionale nella sentenza sopra richiamata.

Il sindaco di Furnari ha rimarcatto lo stato di difficoltà in cui si trovano oggi i Comuni che hanno avuto ceduto le reti dall’Eas alla fine del 2018, in quanto i costi di gestione del servizio se non coperti da piani tariffari legittimi rischiano di mandare in dissesto il proprio e gli altri Enti locali che si trovano nelle medesime condizioni (quali Cesarò, S. Teodoro, Venetico Valdina e Savoca).

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