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Lorella Cuccarini e Giampiero Ingrassia sold out al Vittorio Emanuele

Messina – Al teatro Vittorio Emanuele in scena “Non mi hai più detto ti amo”, una dramedy familiare, specchio della società odierna.

Da venerdì 25 gennaio a domenica 27, la commedia Non mi hai più detto ti amo è stata protagonista al Vittorio Emanuele, celebre teatro messinese. Un sold out come risposta del pubblico che ha particolarmente apprezzato la kermesse con protagonisti attori del calibro di Lorella Cuccarini e Giampiero Ingrassia.

Oltre cento le repliche in tutta Italia. Grande successo per questa commedia sul vivere quotidiano.

Spettacolo scritto e diretto da Gabriele Pignotta, con Raffaella Camarda, Francesco Maria Conti e Fabrizio Corucci.

Musiche di Giovanni Caccamo; scene di Alessandro Chiti, costumi di Silvia Frattolillo; light designer Umile Vainieri.

La famiglia, il più piccolo nucleo di società, il più grande contenitore di dinamiche sociali perennemente in bilico, costantemente a rischio.

Basta un imprevisto a minare l’apparente stabilità familiare. Ma non tutti i mali vengono per nuocere. La scintilla divampa in un fuoco fino a sfociare in un vero e proprio incendio, scardinando tutte le regole del vivere quotidiano della famiglia protagonista della performance teatrale.

Pilastro di questa famiglia è Serena (interpretata magistralmente da una spumeggiante Lorella Cuccarini). Donna forte e tenace, che per venti anni ha dedicato tutta se stessa alla cura della casa, dei due figli Tiziana (Raffaella Camarda) e Matteo (Francesco Maria Conti) e del marito Giorgio (interpretato con sapiente ironia da Giampiero Ingrassia).

Giorgio vive per la sua professione. Il telefono squilla dieci, cento, mille volte al giorno. È un medico.  Dovrebbe essere anche un padre e un marito. Ma si limita a delegare passivamente ogni mansione alla moglie. L’unico ostacolo alla tranquillità familiare sembra essere il signor Morosini (Fabrizio Corucci): un paziente che con le sue fobie e psicosi ossessiona la vita di Giulio. Ma succede qualcosa che stravolge la vita di tutto il nucleo familiare. Serena riceve una notizia che rischia di mettere a repentaglio la sua salute; forse è malata, forse la sua “serenità” è messa a repentaglio. Un fulmine a ciel sereno. Un lampo che illumina dopo aver vissuto per troppo tempo una vita monocromatica, arida di emozioni. L’amore è il motore con cui si dà vita a una famiglia. L’amore è il carburante con cui ci si prende cura di una famiglia. Ma non basta. Serena, da questo momento, è pervasa da un’inquietudine, da un senso di smarrimento. È solo madre e moglie (quasi invisibile), non è più donna, da tanto. Giorgio è un uomo passivamente assuefatto alla routine; ha delegato tutte i compiti familiari alla moglie. La loro è una coppia che vive cristallizzata in abitudini ormai vissute come automatismi. Non c’è passione, non c’è emozione, solo routine. Fino a quel momento. Serena cambia improvvisamente atteggiamento; decide di riappropriarsi della sua femminilità, della sua spontaneità, della sua vita da donna. Inizialmente questo cambiamento provoca non pochi turbamenti. Giorgio e i figli, ancora molto viziati e mammoni, non se ne capacitano. Sospettano un tradimento, un amante. Basta poco, e l’equilibrio della famiglia si rompe. Un lungo percorso psicologico e di maturazione personale renderà possibile un lieto fine, un ”e vissero felici e contenti”.

Lo spettacolo è diretto sapientemente, con un regia lineare, con frequenti momenti di ilarità e ironia e alcuni intramezzi musicali congeniali all’atmosfera dominante nelle diverse scene. Il pubblico si rispecchia nell’assurda normalità di questa famiglia. Gli spettatori ridono di gusto, riconoscendo, come proprie, le falle, le mancanze, le situazioni vissute dai protagonisti.  L’amore non basta. L’amore va alimentato, la libertà e l’identità personale preservate.  Anche la scenografia, eterogenea, ma priva di dinamismo, è impostata secondo schemi rotatori. Una grande impalcatura, stabile, che ruota attorno al medesimo perno. Suddivide scientemente la scena spazio-temporale, ma non muta, non si evolve.

Perché tutto cambi, è necessario ritornare al pregresso, a ciò che era e non è più, ma può ancora essere. Svegliarsi e guardarsi dentro; non sempre è facile.I protagonisti della commedia scelgono il coraggio di cambiare, di affrontare la vita.

Il messaggio è forte e chiaro, reale e cristallino, ironico e amaro. L’inerzia del “sopravvivere” è dietro l’angolo. Ogni tanto bisogna fermarsi, essere spettatori di se stessi e poi agire, porre un argine al fiume in piena da cui si rischia di essere travolti, annientati.

 

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