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“Concussio”, Antonio Presti: “Ha perso l’illegalità e la mafia. Questo luogo non è per gli avvoltoi”

Mistretta – Conclusi nel carcere di Gazzi, a Messina, gli interrogatori di garanzia a carico delle tre persone arrestate nell’ambito dell’operazione “Concussio”, con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso ed intestazione fittizia di beni, altri undici sono stati sopposti all’obbligo di firma.

Avrebbero tentato di imporre il pizzo per il restauro delle opere di “Fiumara d’Arte”, nella valle dell’Halaesa, museo a cielo aperto, creato trentacinque anni fa dal mecenate Antonio Presti, formato da 12 gigantesche sculture realizzate da artisti internazionali, dislocate lungo il territorio di sei paesi della fascia tirrenica messinese. Hanno risposto alle domande del Gip del Tribunale di Messina, Eugenio Fiorentino, il consigliere comunale mistrettese, Vincenzo Tamburello, difeso dall’avvocato Alessandro Pruiti e sospeso dalla carica su disposizione del  Prefetto di Messina, Maria Carmela Librizzi,  Giuseppe Lo Re, esponente della cosca locale, interna a Cosa Nostra palermitana, del mandamento di San Mauro Castelverde, assistito dall’avvocato Giuseppe Serafino e la zia di questi, Isabella Di Bella, cartomante di Acquedolci, difesa dall’avvocato Alvaro Riolo.  Nessuno si è avvalso pertanto della facoltà di non rispondere, anzi tutti e tre hanno cercato di chiarire la loro posizione in ordine ai fatti contestati dalla Procura messinese. Agli interrogatori ha inoltre assistito il sostituto procuratore della Dda, Vito Di Giorgio.

“Per i tre arrestati- affermano all’unisono gli avvocati Pruiti, Riolo e Serafino-  sono stati già inoltrati i ricorsi al Tribunale del Riesame per la revoca o attenuazione della misura cautelare dei loro assistiti, che deve ancora fissare la data delle udienze”.

Sull’operazione Concussio il mecenate Antonio Presti afferma: “Dopo quarant’anni di lotte, di incomprensioni, di discussioni e di solitudine per le mie opere nel rispetto della legalità quanto ho appreso ora mi sembra una sconfitta eclatante di quel sistema mafioso di corruzione e d’illegalità che oggi ha perso, in un territorio che la natura ha destinato alla bellezza e non agli avvoltoi e agli sciacalli, che invece vanno a speculare anche sul restauro di opere costruite per dare dignità e lustro al nostro paese”.

Da stamattina si stanno svolgendo gli interrogatori degli undici indagati, sottoposte all’obbligo di firma, residenti nei comuni di Caronia, Sant’Agata Militello, Torrenova, Rocca, Nicosia e Capo d’Orlando, ai quali Lo Re aveva deciso di cedere fittiziamente i suoi beni, nel timore che fossero sequestrati.