Per la prima Giornata Nazionale del Paesaggio un componimento di Giovanni Torres La Torre

Capo d’Orlando – La prima edizione della Giornata Nazionale del Paesaggio, 14 marzo 2017, ha visto oltre 120 iniziative in tutta Italia e la cerimonia per la consegna del Premio Paesaggio Italiano nel Salone Spadolini del Collegio Romano.

L’evento, nato per promuovere la cultura del paesaggio e sensibilizzare i cittadini riguardo i temi e i valori della salvaguardia dei territori, è stato fortemente voluto dal Ministro Dario Franceschini che lo ha illustrato insieme al Sottosegretario di Stato Ilaria Borletti Buitoni, al Segretario Generale del Ministero Antonia Pasqua Recchia, al Direttore Generale di Pompei Massimo Osanna, al Direttore del Museo archeologico Nazionale di Taranto, Eva degli Innocenti e a Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio Tre che è Media Partner dell’iniziativa.

Nel corso della Giornata nazionale del Paesaggio le Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio hanno aperto le porte ai cittadini con iniziative di sensibilizzazione e di riflessione sul tema, mentre i Musei del MiBACT proporranno ai visitatori incontri e approfondimenti incentrati su opere delle collezioni che raffigurano paesaggi.

Dedicata alla Giornata Nazionale del Paesaggio la poesia di Giovanni Torres La Torre che valorizza, ancora una volta, il territorio nebroideo. Di seguito il componimento completo dell’artista orlandino.

GIORNATA NAZIONALE DEL PAESAGGIO, 14 MARZO 2017

NEL BOSCO DELLE CARONIE

di Giovanni Torres La Torre

I

Cosa vuole dirci l’albero fiorito?

è più bello di quando vestito a festa celebrò il suo sposalizio?

Da lontano giunge altra voce,

si muove con nuove pause nell’incertezza

di un suono di fanfara che accompagna una processione

all’entrata del paese e in luogo sicuro

a mesto riposo di foglie.

Non è musica di festa,

ascolti forse un notturno che conduce a macerie di mulini?

o a quali saluti mai uditi, se quelli di prima

sospesi sul fiume hanno lasciato impronte confuse

e tracimano ancora cercando soccorso?

o sono uccelli di voli smarriti in zone di pantani,

che arrivati da lontano hanno cambiato pentagramma

conferendo alle note desideri di nuove armonie?

e il silenzio, è possente spirito di bisogno smarrito?

sete d’amore o si tratta di tremendo inganno

del mascherone della fontana

custode della magia della goccia divina?

o è altro racconto di vita che declina in cerca di sua fine,

stanco desiderio di solitudine nel suo dominio infinito?

 

II

Salgono e scendono per svallamenti nella terra di Ducezio,

dal bosco dei sugheri e dal feudo Cannella

ove sognarono e morirono Luna Pallida e Ferrandino

e per come il vento tira

i profumi del carbone appena sfornato,

ma i paesi sospesi hanno fumaioli svaniti

e da quelle lontananze con indistinte altezze d’alberi,

il fumo dei fossi che arriva è semplice rimpianto

che si perde verso altre vallate

fisionomie amabili

di paesaggio con cattedrali di nuvole, dirupi di nidi e ali

ove lo sguardo può giungere perdendosi in richiami di crepacci.

Profili di altra memoria e luce dissonante

invitano a cercare le Rocce del Crasto,

altri territori, ulivi e noccioleti,

pozze nascoste segnalate da rabdomanti,

favolosi castagni nella dorata tenerezza della loro stagione

quando madonne raccoglitrici si pungono le mani.

 

III

Bizzarre forme di nuvole

copiano i contorni di dipinti rinascimentali

di boschi che anelano alla luce,

l’alloro di Apollo delle terre delle tortore

il mirto di Venere nella valle del Fitalia incantata nei torrenti,

le querce di Giove, i castagni e gli ulivi e le leggende

e i colori delle pitture nei cieli delle chiese

e le misure sconosciute dell’inquietudine

della luce delle vetrate bizantine

della saggezza degli apostoli tutti di umana natura,

ma sono fuggiti come se fuoco improvviso di piromani

li avesse spinti allo smarrimento

verso ruderi di castelli dominio di misteri notturni,

come se anche il vento, che Eolo custodiva nelle Isole di Cristallo,

sconvolto, frugasse in dirupi e  prati nascosti

ingravidando cavalle sanfratellane

e infierisse contro le vele dei naviganti.

 

IV

Incubo che ritorna cambiando colore alla pietra della lavagna

alle cose minute della vita di ogni giorno,

turbando lenzuoli nelle fiabe che si raccontano,

tende inquiete che non hanno retto al vento

improvviso alle finestre di Laura delle Ninfe,

agli aquiloni innocenti che avevano accordato fiducia

alla brezza di primavera.

Ma anche la musica smarrita nell’incanto

conduce stranissimo uccello in volo divino,

suggestioni del passato che flauto traverso

riesce a svelare parlando con gli uccelli,

con la lira del dìo della musica

che nel bosco gli animali sacri ricordano col nome di Guido,

cicale volpi corvi ed Ermes, divinità dei linguaggi

che gioca alla fontana Abate con sette getti arabi

in quel di Alcara,

e gatti in amore e bambini che corrono

con rumori di boatte e col fiume Timeto

fuggito dalla fontana incantata di Federico III d’Aragona.

 

V

Araba Fenice, quando compare e conferisce splendore di bianco

a gesto risorto di figura innocente,

mostra la ferita in giuntura d’ala;

lenzuoli scomposti fuggono da angoli di solitudine

nascosta da lungo tempo,

stupisce improvvisa visione

che affacciandosi un lume e durando nel fiato

confida stupore di vita,

voce di scialle di madonna e violato

che chiama da preludio e svela mistero materno,

ma da poca luce velata, svanisce tra pagine dimenticate,

rischio prudente che si figura in specchio d’acqua,

laghetto montano sorride giocando con nuvole,

volto di Orfeo passando saluta

spegnendosi nelle palpebre innamorate di Euridice.

 

VI

A capitare da quelle parti di sogno e acque perenni

L’incanto si può immaginare:

le pietre di confine e i pioppi e i muri di pietra

i paesi dei maestri della bellezza

sono là in attesa.

Ancora oggi e per evitare ogni rumore

la mano al lume stupito si vela,

forse carezza a goccia d’oro che traballa

o gesto di pudore, di quando accostando le labbra a foglia per bere

lacrime che fingono di perdersi ti baciano la lingua

nel ricordo di quando un diverso tremore ti rapiva il respiro.

 

VII

Non più ragazza dai piedi nudi si bagnerà le ginocchia

nel rimpianto di quando lasciava altra timidezza all’angolo della porte

per correre al notturno di Venere lungo il fiume e con supplica

perché entrasse finalmente la notte col suo mistero

e iniziasse a parlare d’altro:

poteva essere

gentile richiesta di una canzone di Ravel,

quietatasi l’ala di mosca

che per l’intera nottata di prima

aveva raccontato ossessione di tamburi da fiera,

mai svelando il nome del fiore

nella figura innamorata rapita da sciame di stelle.

 

Capo d’Orlando, 14 marzo 2017

www.giovannitorreslatorre.it

giovannitorreslatorre@gmail.com

 

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