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La lupara bianca e i cimiteri di mafia dei barcellonesi

Barcellona – Nel Torrente Patrì si era già scavato nel luglio 2014.

Allora la campagna di scavi non diede alcun frutto. Nessun risultato. Il territorio infatti era stato fortemente modificato dal tempo. A scavare nel comprensorio barcellonese si cominciò per la prima volta a seguito delle rivelazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano, ex boss dei mazzarroti. Poi fu la volta di Carmelo D’Amico. Fu lui a indicare alcuni punti in cui scavare per ritrovare resti umani di cui la famiglia barcellonese si era sbarazzata inumandoli in cimiteri della mafia improvvisati qua e là sul territorio.

Parlò di casi di lupara bianca. Diversi casi. Si scavò nel Patrì, ma anche a Corriolo e sulle colline di Pozzo di Gotto. E a Pozzo Perla, sotto il viadotto autostradale. Mentre si cerca di dare la certezza di un nome alle spoglie mortali rinvenute in questi giorni nel Patrì (che potrebbero essere quelle del giovane macellaio Giuseppe Italiano, scomparso nel 1993 a soli 22 anni), è bene ricordare che D’Amico, due anni orsono, indicò anche altre tre possibili sepolture di altrettante persone di cui non si ebbero più notizie improvvisamente.

Angelo La Rocca sarebbe stato seppellito sulle colline sovrastanti il quartiere Pozzo di Gotto. Giuseppe Porcino, a Gurafi nei pressi di un impianto di calcestruzzi e, infine, Santi Bonomo – sempre secondo le rivelazioni di D’Amico – sarebbe stato inumato nel 1997 sotto un viadotto a Pozzo Perla.

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