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Infermiera deceduta per presunta “mucca pazza”. Marito presenta esposto

Acquedolci – Continua la causa intentata da Benedetta Carroccio, infermiera specializzata dell’ospedale di S. Agata Militello, deceduta lo scorso 7 novembre per sospettato caso della variante umana del morbo della “mucca pazza”.

Intervenuti in giudizio il marito e i due figli minori, questi non demordono nel portare avanti le ragioni della propria congiunta, assistiti dall’avvocato di fiducia Salvatore Caputo. Seppure regolarmente citati in giudizio a seguito di eccezione di difetto di legittimazione passiva avanzata dall’ASP, né il Ministero della Salute, né quello delle Politiche Forestali, si sono costituiti in giudizio, L’oggetto del contendere è l’opposizione alla nota con cui l’ASP di Messina ha rigettato la richiesta di indennità presentata dalla Carroccio prima della morte. i familiari dell’infermiera acquedolcese insistono nel sostenere che, alla data della richiesta e sulla scorta delle risultanze degli esami clinici effettuati, la diagnosi più probabile, secondo lo spirito della Legge che consente al malato ancora in vita di presentare lui l’istanza, era quella di “Variante Malattia di Creutzfeld-Jakob (c.d. mucca pazza)”. Antonio Triolo, marito dell’infermiera prematuramente scomparsa, ha depositato un esposto presso la Procura della Repubblica di Patti affinché si faccia luce sulla procedura di espianto praticata alla moglie che risulta essere diametralmente opposta rispetto a come prospettata in sede di rilascio del consenso informato, per giunta, alla presenza di militari della Compagnia dei Carabinieri di S. Stefano di Camastra e di Dirigenti dell’ASP di S. Agata Militello. “In sede giudiziale- afferma l’avvocato Caputo- a seguito di attento esame da parte di alcuni esperti della famiglia della Carroccio (a titolo assolutamente gratuito) è stata contestata  la procedura che ha condotto al detto referto, poiché considerata  fuori dalle norme che la regolano in maniera rigida, già le modalità dell’espianto risultano essere tardive e non secondo protocollo”. “Vi è il fortissimo sospetto- conclude il legale Salvatore Caputo-  che si voglia continuare a mantenere sotto traccia una malattia che, evidentemente, desta forte allarme sociale”

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