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Editoriale – “Ciccio” Signorino: La storia, il coraggio di un piccolo grande uomo

Capo d’Orlando – Francesco “Ciccio” Signorino si è spento dopo aver lottato a lungo contro una grave malattia. Un uomo silenzioso che, insieme ad altri, mise in scacco gli estortori dei Nebrodi in quella che fu una battaglia storica non solo per Capo d’Orlando ma per tutta l’Italia.

I primi anni novanta segnarono un momento cruciale per Capo d’Orlando e, a seguire, per tutta l’Italia. Alle prime richieste, ai primi segnali, di una criminalità che cominciava a prendere seri contatti con il territorio, commercianti, imprenditori e amministratori locali reagirono senza pensarci due volte. Per molti di noi quelli furono gli anni dell’inizio della carriera da giornalista. Si cominciò subito con qualcosa che nemmeno lontanamente pensavamo potesse avere una eco così forte, così immediata. Il 2 febbraio 1990 le saracinesche dei negozi restarono abbassate, chiusero banche, scuole, uffici, si fermò lo stesso municipio per lanciare un messaggio potente al racket dei Nebrodi. Fu la prima volta che una comunità si ribellò compatta, anche se in quel primo momento non c’erano ancora le condizioni per dare al movimento una forma organizzata. Ricordo che si facevano tante riunioni, soprattutto in canonica, con Padre Tonino Licata. Fu un susseguirsi di minacce, atti intimidatori e immediata ribellione. Un anno che ricordo più per questo che per i gol di Schillaci durante le notti magiche. Venivamo coinvolti tutti soprattutto noi giovanissimi giornalisti, probabilmente più incoscienti e spinti da una intraprendenza figlia della passione e dell’entusiasmo iniziale per questa professione. Francesco Signorino, Sarino Damiano, Tano Grasso, Antonino Scaffidi, i Faranda, Schifano, Chirieleison, e tanti altri uniti dal coraggio e dall’onestà e sostenuti dall’allora questore Ciro Lo Mastro. Alle denunce di questi stessi commercianti seguirono gli arresti e la nascita di un nuovo commissariato di Polizia proprio a Capo d’Orlando (nel 1994 quello di Tortorici).

Mentre il 1990 ha rappresentato l’anno della nascita coraggiosa della lotta la racket, il 1991 è stato quello della diffusione a carattere nazionale del messaggio che imprenditori e commercianti orlandini avevano ormai lanciato sfidando tutto e tutti, principalmente la diffidenza. Così nel mese di maggio la visibilità diventa massima quando Tano Grasso, presidente dell’Acio, viene invitato a Samarcanda, da Michele Santoro. Soltanto un mese prime era stato ospitato nella famosissima trasmissione della RAI Libero Grassi. Ma era il mese di luglio che segnava un vero spartiacque nella lotta agli estortori. L’Acio indice una conferenza stampa a Palermo, all’Hotel Politeama, il 23 luglio 1991, in vista dell’udienza preliminare. Ad esporsi tra interviste, programmi televisivi, con una esposizione mediatica senza precedenti Tano Grasso insieme allo storico avvocato dell’Acio, Piero Milio, un professionista che in quei giorni delicati, grazie alla sua esperienza di parte civile nel celebre maxiprocesso a Cosa nostra, è diventato un prezioso consigliere. Poi, il 31 luglio, è l’ora dell’udienza preliminare e del rinvio a giudizio per associazione a delinquere di stampo mafioso. Il giudice Armando Lanza, con una decisione senza precedenti che farà giurisprudenza, ammette pure la costituzione di parte civile dell’Acio: per la prima volta in Italia un’associazione di commercianti interviene da protagonista in un processo contro la mafia. In tribunale quel giorno la ribellione inizia ad assumere i contorni di un caso nazionale.

Il 29 agosto i proiettili del clan Madonia uccidono Libero Grassi sotto casa e da quel giorno viene assegnata a Tano Grasso la scorta che ancora adesso lo accompagna. Il 31 agosto, dopo i funerali di Grassi a Palermo, a Capo d’Orlando arriva Gianfranco Fini, al tempo segretario del MSI, il 13 settembre la Commissione parlamentare antimafia, capeggiata dal presidente Gerardo Chiaromonte. E poi ancora l’8 ottobre Achille Occhetto, segretario del PDS. Sempre più giornalisti si precipitano tra Capo d’Orlando e Patti dove si celebrava intanto il processo. Ancora indelebili le immagini della storica diretta contemporanea di “Samarcanda” su Raitre e “Maurizio Costanzo Show” su Canale 5, in onda il 27 settembre 1991 per ricordare Libero Grassi, con un partecipato collegamento da Piazza Matteotti.

Durante le seguitissime udienze si chiarisce a livello giudiziario come i due clan tortoriciani, i Galati Giordano e i Bontempo Scavo, siano i colpevoli del caos nella zona. Sono loro i protagonisti dei tentativi di estorsione, degli incendi, dei furti, degli attentati quasi quotidiani, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, nella zona dei Nebrodi, soprattutto tra Capo d’Orlando, Rocca di Capri Leone e Sant’Agata Militello.

La sentenza di primo grado arriva il 26 novembre 1991 e accerta la precisa “connotazione mafiosa” dei gruppi denunciati e ne condanna 14 su 20, tutti operanti nel territorio di Capo D’Orlando. Dopo 22 udienze e una lunga camera di Consiglio, il tribunale punisce i responsabili. Ricordo ancora l’attesa della sentenza in aula a Patti. A seguire le udienze di quel 1991 l’allora direttore responsabile di AM Mimmo Mollica aveva deciso di inviare sempre me e il collega Sergio Granata, anche all’ultima quando Sergio riuscì ad intervistare Cesare Bontempo Scavo in una delle dichiarazione che rimarranno indelebili come un marchio nella carriera di ognuno di noi.

All’indomani, il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti arriva a Capo d’Orlando. Furono anni difficili ma caratterizzati dal coraggio e dall’entusiasmo. Una vittoria che ancora oggi viene spesso ricordata, forse non proprio così spesso. Mi rendo conto che le giovani generazioni fanno fatica a comprendere cosa significarono per tutti noi quei primi anni novanta. Dovremmo essere noi a raccontarlo, a farlo capire, a spiegarlo soprattutto nelle scuole. Non soltanto per “non dimenticare” come spesso si dice ma per far capire quanto uomini come “Ciccio” Signorino furono forti e coraggiosi indicando con l’indice le persone che avevano tentato di estorcere denaro. Piccoli grandi uomini che hanno vinto, che hanno insegnato tanto e ai quali oggi dobbiamo molto in relazione alla civiltà e all’onestà che si respira nel nostro paese.

Chiudo questo editoriale con uno stralcio del libro “Storia del movimento antiracket 1990-2015”, collana Arcipelago, Rubbettino Editore, dal quale ho anche riportato date esatte nelle righe già scritte per ricordare la figura di Francesco Signorino che se ne è andato in silenzio, senza disturbare, come era nel suo stile, sempre.

“I Fratelli Giovanni e Francesco Signorino nell’estate del 1990 trovano l’insegna della loro concessionaria di auto crivellata da colpi di fucile. Dopo qualche giorno si presenta anche lì il solito Armando Craxì, l’esattore dei Bontempo che ha fatto visita a Damiano e sarebbe stato poi ucciso in un agguato mafioso dal palermitano Francesco Franzese, oggi collaboratore di giustizia: “Lei lo sa, i ladri ci sono sempre stati, sono quattro ragazzacci che devono campare anche loro. Io cerco di mettere la pace […] Lei raccoglie quattro-cinque milioni…”, gli dice. E poi ancora: “Noi ci occupiamo di altro, queste piccole cose non ci interessano… Ci interessa il cemento, le grandi imprese, i grandi affari”. Insomma, alimenta il suo spessore criminale, ma poi torna in officina per avere un’auto usata “a gratis” e una berlina “in prestito”. La morte di Craxì non ferma i tentativi di estorsione e i no di Signorino portano alla ritorsione violenta: il 31 ottobre i mafiosi entrano nella concessionaria, devastano alcune auto nuove e incendiano i locali. Così il 2 novembre suona di nuovo il telefono: “Hai la testa dura non hai capito che devi pagare cento milioni? Altrimenti te la facciamo saltare la testa”. Alla lunga, decide di presentarsi perfino il fratello del capoclan, Sebastiano Bontempo Scavo: ha comprato un’auto firmando cambiali mai pagate alla scadenza e ora pretende una nuova macchina, ancora più potente, proponendo però la sua mediazione per “aggiustare” il problema. “Ci parlo io con i ragazzi e vedrai che non succederà più nulla. Basta un milione o un milione e mezzo al mese”, la sua proposta. La settimana successiva, quando Bontempo Scavo torna per avere una risposta, nella zona trova chi non si aspetta: i carabinieri.”

La foto fornita da Nino Monastra ritrae da sinistra Sarino Damiano, Enzo Sindoni, Francesco Signorino dietro l’allora Ministro Nicola Mancino

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