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E’ morto Bernardo Provenzano

Il capomafia, detenuto al 41 bis, si è spento presso l’ospedale San Paolo di Milano.

E’ morto qualche ora fa, all’età di 83 anni, il capomafia corleonese Bernardo Provenzano. “Binnu u tratturi” (così era anche chiamato per la determinazione con cui affrontava le situazioni) era detenuto in regime carcerario 41 bis nel reparto ospedaliero San Paolo di Milano. Qui si trovava ormai da due anni a causa di una grave malattia (gli era stato diagnosticato un cancro alla vescica). Provenzano era ricoverato nella struttura sanitaria dal 9 aprile 2014, proveniente dal centro clinico degli istituti penitenziari di Parma. I familiari del boss, giunti a Milano il 10 luglio, lo hanno incontrato prima della morte. Diverse perizie lo indicavano come poco più di un vegetale e più volte i familiari e i legali del capomafia hanno chiesto la revoca del carcere duro. Lo scorso aprile il ministro di grazia e giustizia Orlando aveva prorogato il 41 bis nonostante il parere favorevole di diverse procure e anche della Direzione nazionale antimafia. Non solo. Tutti i processi in cui era ancora imputato, tra cui quello sulla trattativa Stato-mafia, erano stati sospesi perché il boss era stato ritenuto incapace di partecipare. L’ultima diagnosi dei medici dell’ospedale si ravvisava un grave stato di decadimento cognitivo, lunghi periodi di sonno, rare parole di senso compiuto, eloquio assolutamente incomprensibile, quadro neurologico in progressivo, anche se lento, peggioramento. Nelle loro conclusioni i medici dichiaravano il paziente “incompatibile con il regime carcerario”, aggiungendo che “l’assistenza che gli serve è garantita solo in una struttura sanitaria di lungodegenza”. Su questo punto era anche intervenuta la Cassazione.

Storia criminale
Di lui Luciano Liggio diceva che “sparava da Dio” anche se aveva “un cervello da gallina”. Eppure ben presto Bernardo Provenzano divenne famoso come “il ragioniere”, colui che all’ombra del compaesano Totò Riina tirava le fila, rinsaldava rapporti, otteneva informazioni, anche le più segrete e riservate. Ora il padrino di Corleone è morto, il boss che più di tutti ha fatto suo il detto “calati juncu chi passa la china”, riuscendo a traghettare Cosa nostra oltre la fase stragista, oltre la pioggia dei 41bis, oltre il dilagante fenomeno del pentitismo. Dopo una latitanza record di 43 anni si è spento nel reparto detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano. Al termine di una lunga malattia che non è servita ad evitare il carcere duro imposto al boss dal 2006, quando i poliziotti irruppero l’11 aprile in quella masseria di contrada Montagna dei Cavalli, a due passi dalla sua Corleone.
Ricercato dal 1963, quando i corleonesi erano etichettati come quelli “coi peri incritati” (sporchi di terra per il lavoro nei campi, ndr) ben presto Provenzano, insieme a Riina, scatenò la guerra di mafia che negli anni ’80 ha decimato i boss della Cupola e relative famiglie. Da lì il destino di Cosa nostra è praticamente cambiato, diventando un sistema fortemente verticistico dove, per dirla con le parole del pentito Vincenzo Sinacori “comandava solo una persona, Riina, gli altri erano numeri”. Ma il braccio destro di Totò “’u curtu” era sempre Binnu: i due (è un altro collaboratore, Nino Giuffrè a dirlo) “non si alzavano da una riunione se non quando erano d’accordo”. Tanto basta per far capire che dietro a “’u tratturi” si nascondeva molto altro.  Una mente criminale senza scrupoli – lo dimostra il fatto che, dopo l’arresto di Riina, le stragi non sono cessate – ma anche una capacità manageriale e diplomatica con la quale Provenzano ha saputo rinnovare Cosa nostra, messa a ferro e fuoco dopo le stragi del ’92 e ‘93 dall’azione repressiva dello Stato, guidandola in un processo di “sommersione” e di “affari invisibili”, senza più il bisogno di ricorrere a quintali di piombo o stragi efferate. Una strategia portata a termine anche grazie a contatti e coperture negli ambienti della massoneria deviata e dei servizi segreti deviati.
Il primo a parlare del suo progetto di rinnovamento è Luigi Ilardo, reggente di Caltanissetta e confidente del colonnello Riccio, che in un giorno di fine ottobre del ’95 ha portato i Ros alle porte del casolare di Mezzojuso (neanche 16 km da Corleone) in cui si nascondeva zu’ Binnu. Quel giorno però, gli ufficiali Mori e Obinu – oggi accusati di favoreggiamento alla mafia – non fanno scattare il blitz. La copertura di Ilardo salta (viene ucciso qualche mese dopo in un agguato) e Provenzano può proseguire la sua latitanza indisturbato. Va addirittura a Marsiglia per essere sottoposto ad un’operazione alla prostata da un bravo medico (sempre più indizi sembrano confermare che si tratti di Attilio Manca, giovane urologo trovato morto in circostanze misteriose).
Probabilmente Provenzano ha continuato a tenere le redini di Cosa nostra grazie anche a quella rete di protezioni di cui il padrino corleonese godeva in molti ambienti di potere esterni (ma attigui) alla mafia. Con i quali ha dimostrato di saper trattare, a cavallo delle stragi di Capaci e via D’Amelio concordate e pianificate insieme a Riina. L’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino – diretta emanazione politica dei corleonesi – dopo aver ricevuto la richiesta di un incontro da parte del colonnello De Donno per far cessare la strategia stragista, si rivolgerà proprio a Provenzano, il quale suggerisce di “fare un tentativo” dando così ufficialmente inizio alla trattativa tra lo Stato e la mafia. Una trattativa dove ben presto sarà Provenzano ad essere considerato l’interlocutore più “affidabile” rispetto a Riina, bruciato dalla sua strategia stragista “a tutti i costi” e successivamente arrestato dagli stessi uomini del Ros. Sarebbe stato proprio Provenzano a fornire alcune indicazioni per individuare la villa di via Bernini dove si nascondeva Totò.
“Quello non ha capito niente, Binnu. Provenzano non era del convento mio, certo lo rispettavo, ma lui era convinto che le cose erano a tarallucci e vino”. Anni dopo Riina dal carcere parlerà di un rapporto, quello con Provenzano, tutt’altro che idilliaco. D’altronde, già all’indomani dell’arresto di Riina in Cosa nostra si diffondeva a macchia d’olio il sospetto che Provenzano fosse uno “sbirro”. Uno, parole del pentito Giovanni Brusca, che ha quattro facce come “il cacio cavallo”.
Di qualunque protezione abbia goduto Binnu per i suoi 43 anni di latitanza – che presumibilmente si sono rivolte ad altri “capi” come Matteo Messina Denaro, ultimo boss latitante – alla fine non è più bastata, e le porte del carcere si sono aperte anche per lui. I due legali difensori hanno presentato istanze su istanze, appellandosi alla Corte europea come al Tribunale di sorveglianza per chiedere la revoca del 41 bis, date le gravissime condizioni di salute che hanno comportato a Provenzano lo stralcio della sua posizione al processo trattativa Stato-mafia. Da qui, l’inesorabile declino del boss che per quarant’anni ha fatto la storia di Cosa nostra e che adesso, con la sua morte, si è portato dietro tutti i suoi terribili segreti.

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