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“Per chi scrive il poeta nella giornata mondiale della poesia” – I versi di Giovanni Torres La Torre

Capo d’Orlando – Oggi, 21 marzo, è la giornata mondiale della poesia. Ma per chi scrive il poeta proprio in questa ricorrenza? E’ un onore pubblicare gli versi composti da Giovanni Torres La Torre che hanno già riscontrato un interesse nazionale poco dopo la loro diffusione. Buona lettura.

PER CHI SCRIVE IL POETA

NELLA GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA

di Giovanni Torres La Torre

 

Si scrive anche per gli altri, o soprattutto,

vivi o morti che siano

o frutti che nasceranno

dai fiori a mal partito nel gelo notturno.

Fiori del male? ossessioni della memoria?

immaginifiche visioni?

Il loro profumo, nel ricordo del gelsomino

al paese della madre, anche di notte, soave di bianco

spiava il sonno. Altri ancora,

quando perdevano le foglie, per lunga sete

si spegnevano nei petali, veline ingiallite

per ardore di lume.

 

Si scrive per i paesaggi lontani dai davanzali

che sporgono seni odorosi,

che evocano i colori amati da Plinio

nella luce che anima le vetrate bizantine:

il blu di cobalto di mari vaganti,

il rosso del mantello dei profeti

o giallore di spighe, rapite nel mistico alone

a formella di farina.

 

Si scrive per una sinfonia di cui il bosco si innamora;

melodie di Olivier Messiaen

si acquetano nel silenzio dei nidi

– nella notte, colomba verde, nella notte perla limpida –,

come quando tra le navate di Nostra Signora

i lampadari chiudono le palpebre per ascoltare

e anche i ceri si spengono per consunzione

lasciando in punta di piedi gli altari

in beata solitudine.

 

Si scrive per lo scorrere dell’acqua

di grande fiume che si incanta

negli spartiti della propria storia

o di povero ruscello che si torce

e poi si interra in radici di altra vita

per dissetare polpa di cuore maturo.

 

II

Si scrive in ricordo di un frammento

di Vladimir Majakovskij:

Io non conosco la forza delle parole

conosco delle parole il suono a stormo

non di quelle che i palchi applaudiscono.

La parola è nelle cose, basta cercarla

anche dove non appare,

nascosta sotto i velluti del muschio

o in viaggio di ritorno da terre di esilio,

ritrovata la patria, l’io creativo

l’essere o non essere,

la mano che convive con la vita e con la morte.

 

III

Antico tango, pensiero triste che si balla,

cecità che cerca la luna

e legge gli orientamenti delle stelle, il Don Chisciotte della Mancia,

o libri misteriosi della biblioteca d’Alessandria

e conosce le parole che non vede

dall’umidità dell’inchiostro ancora fresco

o sbiadito per lume di molte stagioni.

Si scrive per la fiammella di lanterna

che si avvicina alla finestra del giardino:

doveva essere una velina di carta che traspariva,

forse luce smarrita di luna o lucciola in mano divina,

o la vicina di casa che veniva a chiedere

un goccio d’olio per alimentare la lampa

la cui fiammella, al suo lucernario

stesse all’erta nel tenere lontani contorni di mostri

che abili giardinieri avevano sagomato,

con le siepi del labirinto del barone,

a somiglianza di guardiani, di attese inquiete

con minacce di spade, teste decollate di animali favolosi

e allegorie di diavoli a guardia dei granai.

 

Si scrive per raccontare la fatica del frumento,

la fragranza del pane che profuma le strade

e il cielo che si scura, mentre donna Nicoletta

attende la rosa calare al forno quando è l’ora

e ai figli impazienti racconta storie favolose di animali.

 

IV

Si scrive per le notti senza stelle

sotto il freddo delle lamiere

delle baraccopoli del mondo,

per l’antro della terra che ha divorato i minatori

e le spose in vedovanza rimaste aride al ventre,

sicché il mondo che si affanna

è quello straziato nelle vesti,

è quel ventre materno che respira veleni

nella Terra dei fuochi o approda alle isole dell’esodo

con la morte tra le braccia, straccio di polmone

sugli scogli di Lampedusa e Lesbo.

 

Si scrive per le speranze di Piazza Tahris,

primavera amara, per i nomi di Mohamed e Aya,

per la rosa che la donna dona allo sposo in carcere,

per Giulio Regeni e mille altri nomi e corpi

oltraggiati dagli sgherri della tirannide.

 

Si scrive per l’aria che profuma la sala del pianoforte

all’ora del tè, per le timide luci alla vetrate,

le mani assenti sulla tastiera, i fiori al davanzale

nelle cui sfumature di violetto

e nel merletto dei petali

indugia uno sguardo in vocazione di lontananza.

Crepuscolo di voci nel gioco che declina

senza accordi di note e silenzi sereni nei volti.

 

VI

Ogni giorno non siamo più noi,

scompaiono fiumi e montagne

e una umanità di nomi dolenti

allunga il passo in cerca di dimora.

I mari allargano le terre dei cimiteri,

continenti armati alle frontiere

cambiano lo stradario dell’esodo

segnando con nuove cicatrici

il volto martoriato di madri e bambini,

dei padri e degli antenati superstiti

e depositari di segreti di scienza e alfabeti,

del nome dei venti, dei luoghi nascosti delle sorgenti.

Dove c’erano palmizi si sventrano radici,

musei e luoghi sacri partoriscono macerie,

corpi e frantumi di antiche civiltà

oltraggiati nella sapienza delle prime parole.

Si scrive per gli abitanti di Aleppo, per le braccia

amputate di Palmira, per Rabi Bana, attivista dei diritti umani,

a volo d’uccello dalla Siria all’Egitto, alla Libia,

alla Grecia, alla Sicilia.

 

VII

Si scrive per il “grande deposito delle anime

del campo profughi di Idomeni” e altri di Grecia,

antica patria di poeti che ancora si ama leggere.

Si scrive per i nomi alle ghirlande,

fiori pietosi, pietre e segnali su cumuli di terra;

per i nomi che non si conoscono,

scomparsi in migliaia e migliaia di identità di sogni.

Biancore di gelsomino che sbiadisce ogni giorno,

malfermo nell’età che sfarina, attende un passante

al quale chiedere con indugio di voce

dove sia andata a finire la stella svanita in uno sciame di cristalli:

a vana risposta, inventare qualche parola

nel gioco che sveli il destino dell’incompiuto ricamo.

Capo d’Orlando, 2-6 marzo 2016

www.giovannitorreslatorre.it

giovanitorreslatorre@gmail.com

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