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Gotha VI, il delitto Alfano deciso dai vertici mafiosi barcellonesi

BARCELLONA – Un martire di questa terra. Così il comandante dei Ros, il Generale Giuseppe Governale, ha definito il giornalista Beppe Alfano. Lo ha fatto ieri, durante la conferenza stampa tenutasi al Comando Provinciale dell’Arma sui retroscena dell’operazione Gotha VI. “Una voce di verità barbaramente stroncata dalla mafia”, recita una lapide posta sulla Via Marconi, a Barcellona Pozzo di Gotto. Proprio nel punto esatto in cui il giornalista, a bordo della sua Renault, fu freddato l’8 gennaio 1993. Quella voce sulla quale, negli anni, tante sono state le dicerie che hanno cercato di sminuirne il valore. A volte, provando a sviare quella pista mafiosa che, a questo punto, appare indiscutibile. Specie dopo le rivelazioni dei pentiti. Un omicidio sul quale tuttavia “è necessario fare ulteriore luce, soprattutto sul fronte degli esecutori del delitto”. Sono parole del procuratore capo Guido Lo Forte. Quel che è certo è che il cronista de “La Sicilia” disturbava gli interessi mafiosi del territorio. Il magistrato ha elogiato la figura di Alfano, parlando di “un bravo professionista, coraggioso e incondizionabile investigatore”. Se da un lato, gli inquirenti sono ancora convinti delle responsabilità di Giuseppe Gullotti nella veste di mandante, le rivelazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico sembrano segnare una svolta per quanto concerne gli esecutori materiali del delitto. Alla fine dello scorso dicembre, la Procura ha iscritto nel registro degli indagati Stefano Genovese e Basilio Condipodero, accusati di avere preso parte all’omicidio del giornalista. Un omicidio sul quale, a distanza di 23 anni, le indagini proseguono coperte da segreto. Chi, invece, aveva insinuato che alla base ci fosse tutt’altra pista rispetto a quella mafiosa, dovrà ricredersi e mettersi il cuore in pace…

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