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La “Catania bene” di Ardita a Villa Piccolo

CAPO D’ORLANDO – Venerdì 4 dicembre alle 17,30 a Villa Piccolo, è in programma la presentazione del saggio “Catania bene – Storia di un modello mafioso che è diventato dominante” del magistrato Sebastiano Ardita (edito da Mondadori).

L’incontro è organizzato dalla Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella. Introdurrà Giuseppe Benedetto (Presidente della Fondazione Piccolo). Relatore il giornalista Nicola Biondo. Interverrà, inoltre, Massimo Cambria, Commissario straordinario dell’Ordine degli Avvocati di Patti. Sarà presente l’Autore. Ingresso libero.

Quarantanove anni, catanese, attuale Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Messina, Sebastiano Ardita ha avuto il suo “esordio” proprio a Catania, divenendo componente della Direzione Distrettuale Antimafia. Si dimostra profondo conoscitore delle strutture intrigate di quella che viene ormai definita “Cosa nostra 2.0”. Come un fuoco che cova sotto la cenere, sta divorando la legalità nel Paese. Agisce sottotraccia, s’insinua e si mimetizza nell’economia e nella politica, vuole far dimenticare gli anni delle stragi, anzi la sua stessa esistenza. Adotta la strategia dell’ “inabissamento” e delle collusioni. Un metodo sperimentato con successo in un contesto forse poco familiare alla memoria collettiva: la Catania dei lontani anni Ottanta.

Sebastiano Ardita, magistrato in prima linea nel contrasto al fenomeno mafioso, ci conduce nelle viscere di quella città dai volti contrastanti, con il benessere dei quartieri alti che si contrappone al disagio sociale delle periferie, dove i ragazzi abbandonati al loro destino sono facile preda del reclutamento malavitoso. Una città abitata da gente operosa e intraprendente, ma costretta a subire e indotta a ignorare per troppo tempo la presenza della criminalità organizzata. È in questa realtà che Nitto Santapaola, vincitore della guerra interna alla mafia catanese combattuta tra il 1978 e il 1982, elabora la sua linea operativa nei confronti delle istituzioni, diametralmente opposta a quella di Riina e Provenzano: “Mentre a Palermo i Corleonesi attaccavano lo Stato e ne stimolavano gli anticorpi, a Catania si costruivano relazioni occulte”.

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