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Ventidue arresti per 50 estorsioni

PALERMO – Emergono cinquanta storie di pizzo dalle macerie della mafia di una grossa fetta della provincia di Palermo che comprende Bagheria, Villabate, Ficarazzi e Altavilla Milicia. Storie di gente che la tassa di Cosa nostra ha iniziato a pagarla negli anni Novanta e ha continuato a farlo fino ai nostri giorni. E qualcuno ci ha rimesso le aziende, ridotte al collasso. A Bagheria e dintorni, come non è accaduto nella vicina Palermo, si è assistito ad una collaborazione di massa da parte delle vittime del racket. In 36 anni hanno denunciato, spinti dalle operazioni dei carabinieri che hanno arrestato boss e gregari del mandamento. Gli ultimi ancora liberi sono finiti in cella nella notte.

I carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo hanno notificato ventidue ordinanze di custodia cautelare. La stragrande maggioranza riguarda persone già detenute. Alcune, però, erano ancora in libertà. Il personaggio principale dell’indagine, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, dall’aggiunto Leonardo Agueci e dai sostituti Caterina Malagoli e Francesca Mazzocco, è Pietro Giuseppe Flamia, soprannominato il porco. Oggi è detenuto, ma nel 2013, durante un lungo regime di semilibertà, si sarebbe mosso parecchio a Bagheria per gestire il racket delle estorsioni.

È l’anno in cui i boss del mandamento di Bagheria provarono a reagire al blitz che aveva portato in cella una trentina di persone. Un anno frenetico prima della seconda batosta. Nel 2014 una nuova retata dei carabinieri fiaccò le speranza di chi era rimasto fuori. L’indagine su Bagheria e dintorni, però, non era chiusa. Lo conferma il blitz dei carabinieri guidati dal comandante provinciale Giuseppe De Riggi. Un contribuito è arrivato dai colloqui carcerari di Pietro Giuseppe Flamia che, nel frattempo, era finito in cella. Ai parenti raccontava storie di vecchia mafia, ricostruiva faccende di pizzo e affidava i pizzini delle ambasciate. Non sapeva che i carabinieri del Reparto operativo e del Nucleo investigativo, agli ordini del colonnello Salvatore Altavilla e del maggiore Dario Ferrara, stavano trascrivendo tutto. O forse lo immaginava, ma non aveva altra scelta che parlare per comunicare con l’esterno.

Il resto lo hanno fatto dichiarazione di un altro Flamia, Sergio, cugino di Pietro Giuseppe, e oggi collaboratore di giustizia. Ci sono imprenditori che hanno perso il conto della cifra versata nelle casse dei boss. Hanno iniziato a pagare in lire, hanno proseguito in euro e alla fine si sono ritrovati sul lastrico. Emblematica è la storia di un imprenditore che negli anni Novanta aveva creato un piccolo impero nel Bagherese. Avevano iniziato con l’impiantistica elettrica e si era lanciato nel mondo dell’edilizia. L’appoggio di Cosa nostra lo aveva aiutato ad aggiudicarsi diverse commesse, anche pubbliche. Poi, la mafia gli aveva presentato il conto, sotto forma di pizzo: pagava 3 milioni di lire al mese che sono diventate decine di migliaia di euro ai nostri giorni. Il suo socio di maggioranza, Cosa nostra, lo ha messo al tappetto.

Il pizzo lo hanno pagato in tanti: titolari di supermercati, con sedi anche a Palermo,costruttori, proprietari di bar, centri scommesse e sale gioco; grossisti di frutta, verdura e pesce; venditori di mobili. La scusa era sempre la stessa: aiutare le famiglie dei carcerati. I capimafia finivano in carcere, uno dopo l’altro, ma c’era sempre qualcuno pronto a farsi vivo.

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