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“La borghesia palermitana? Oscena, orribile connivente” parola di Maresco

Capo d’Orlando – Si è aperta ieri sera la VI edizione della “Mostra itinerante per il cinema autonomo” di Nomadica, centro per la produzione e distribuzione di cinema indipendente. Ad inaugurare l’edizione 2015, in programma fino al prossimo 3 agosto, il regista palermitano Franco Maresco che ha presentato il suo Belluscone. Una storia siciliana al numeroso pubblico del Miramare.

L’irriverente cineasta palermitano non ha risparmiato le sue consuete stoccate contro un’intera umanità alla deriva, della quale la borghesia palermitana, “istruita e oscena, orribile e connivente” è paradigma desolante. “Non volevo che il pubblico pensasse che il protagonista di questa parabola –che attraverso il personaggio dell’impresario musicale Ciccio Mira smaschera la realtà di piazza siciliana (e italiana) anelante al modello vincente del berlusconismo più becero- fosse solo il sottoproletariato urbano dei rioni e delle feste di piazza. C’è una città borghese ed istruita –quella che nei titoli di coda fa da contraltare fintamente perbene alla miseria pittoresca e disarmante dei vicoli- che mostra come per Palermo  -e forse per tutta l’Italia-  la situazione sia senza speranza”.

Un tema, quello di una classe media alla deriva intellettuale e morale, che è pure alla base del film “Gli uomini di questa città io non li conosco. Vita e opere di Franco Scaldati”, la pellicola che segna il suo ritorno al Festival di Venezia dopo il successo di Belluscone, vincitore nel 2014 della sezione Orizzonti, sulla vita dello straordinario poeta e drammaturgo palermitano Franco Scaldati, il Beckett siciliano: un incontro che ha segnato indelebilmente la vita di Maresco (“se non mi fossi imbattuto in lui non avrei fatto cinema”) per un film che è l’ideale completamento di un dittico –almeno per ora- iniziato con il film su Tony Scott del 2010: “artisti in via d’estinzione, giganti, ma appartati e sconfitti nella loro grandezza”. Maresco ha svelato in anteprima al pubblico della “Mostra per il cinema autonomo” di Capo d’Orlando i contenuti di un documentario che rende doveroso omaggio a uno dei più grandi protagonisti del teatro del secondo Novecento: “un poeta che ha raccontato Palermo in maniera assolutamente inedita, portando in scena l’umanità del sottosuolo e nobilitando il dialetto siciliano, prima relegato a pura nota folkloristica, rendendolo lingua nuova e straordinaria”. Una lunga chiacchierata con il pubblico, nella quale ha messo a nudo le proprie fragilità ed il proprio pessimismo: “viviamo come artisti il senso dell’inutilità di ciò che si fa, eppure continuiamo a farlo perché ne abbiamo bisogno. Abbiamo bisogno di desiderare: è ciò che ci ha tolto la società del presente, la rete, la continua connessione, l’ipertrofia di immagini e notizie, il sublime e il basso che mescolandosi si annullano”. Ha nostalgia, confessa, dei tempi che furono: “non è un discorso da vecchio malinconico, ma una realtà oggettiva. Un tempo per condividere si usciva, si andava nei circoli, nelle sezioni di partito. La conoscenza implicava movimento. I miei maestri erano Franco Scaldati, Pio La Torre. Credo sia un mondo definitivamente naufragato.

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