…PIOVE DALLE NUVOLE SPARSE. PIOVE SU LE TAMERICI SALMASTRE ED ARSE…

Volevo spezzare una lancia a favore delle tamerici del nostro lungomare, alberi criticati dal turista occasionale e ancora peggio dall’orlandino che mal sopporta l’essudato fogliare di queste piante. Le tamerici (Tamarix L.)  sono sicuramente una scelta consapevole ed astuta del tecnico che, tempo addietro,  decise di trapiantarle prima sul lungomare Andrea Doria e poi a San Gregorio. Infatti,  non esiste pianta mediterranea più vocata a crescere e vegetare sui nostri litorali. Il gocciolamento salmastro che essuda durante il giorno ed in particolare nelle giornate senza vento viene detto “sudorazione”. Questa pioggia in senza nuvole ed in giornate “arse” dal sole descritta dal D’Annunzio, che non resistette alla tentazione di descriverla nella sua famosa poesia, “la  pioggia nel pineto”,  deve essere considerata come una condizione di benessere della pianta. La quale si adatta e sfrutta la risorsa a disposizione, salsedine, per il proprio governo e sostentamento.
Oggi, fortunatamente, le nuove filosofie in tema di sviluppo del verde urbano tendono a caldeggiare l’ecotipo non l’esotico, anche perché la pianta endemica sta diventando l’eccezione, mentre l’esotico ornamentale, la pianta vicariante dell’emisfero australe, la prassi. Se i nostri nonni facessero, da redivivi, una passeggiata per le città siciliane si scandalizzerebbero nel vedere svettare ai bordi dei  viali  i platani o l’albero del kapok (quello con le spine sul troco e i nappi di cotone tra le fronde) sicuramente  rimpiangerebbero l’agrume, il carrubo, l’olivo, il cerro e la quercia rovere. Le direttive sul  verde urbano isolano, affrancate dagli sbagli del passato, dovrebbero rivalutare le specie botaniche mediterranee, non solo come accessorio di arredo pubblico, ma anche come simbolo di una sicilianità futura. Sentimento di appartenenza che vede nella storia e nella tradizioni, anche botanica, un ancora di salvezza e non freno sociale. Sono convinto che un uomo non si può sentire di appartenere ad una terra se non conosce bene il territorio, e cos’altro è il territorio se non la flora e la fauna.
Molte volte per lavoro mi sono trovato a sostenere questa stessa tesi e mi viene risposto che non sono essenze di interesse commerciale. Ma  se l’economia non salvaguarda più la tipicità botanica, dovrà essere il pubblico, tutti quanti, ad assicurare che i nostri figli guardando un limone, un carrubo o le tamerici del lungo mare non chiedano: “Papà, ma che albero è?”

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