Tortorici: omicidi, processi e latitanza dei fratelli Mignacca

mignacca-fratelli

Si è conclusa ieri in un casolare immerso nelle campagne di Lentini  la latitanza dei fratelli Vincenzo e Calogero Mignacca, elementi di spicco della famiglia mafiosa dei tortoriciani. Dopo anni di pedinamenti ed intercettazioni, i militari hanno identificato il casolare in cui i due latitanti si nascondevano e dopo aver circondato il casolare ed aver intimato più volte la resa, sono intervenuti facendo irruzione nell’edificio. Una volta entrati nel casolare, i Carabinieri hanno immobilizzato immediatamente Calogero Mignacca, che si trovava all’ingresso armato di pistola, ma non hanno fatto in tempo a fermare il fratello Vincenzo Mignacca, che armato, in un’altra stanza, si è suicidato sparandosi un colpo alla testa.

I due uomini erano latitanti dal 2008, quando la Corte d’Assise di Messina li condannò entrambi all’ergastolo con l’accusa di associazione mafiosa finalizzata all’esecuzione di omicidi, estorsioni, rapine ed altro, inserendoli nell’elenco dei ricercati più pericolosi. In origine allevatori, in seguito titolari di una impresa di materiale edile a Braidi, frazione di Montalbano- poi sequestrata -, l’ascesa criminale dei fratelli Mignacca, in una zona a cavallo tra i territori del barcellonese e del tortoriciano, è stata abbastanza rapida. Il più grande dei due fratelli, Vincenzino, classe 1967, fu arrestato nell’ambito del blitz di Polizia e Carabinieri che sfociò, nell’autunno del 1991, nel famoso processo ai “taglieggiatori” dei commercianti di Capo d’Orlando, ma, in mezzo alle numerose condanne riportate dagli imputati dei clan dei Bontempo Scavo e dei Galati Giordano allo storico processo di Patti, il maggiore dei fratelli, Vincenzino, fu assolto per non avere commesso il fatto. Successivamente, i due Mignacca caddero nella rete dell’operazione “Mare Nostrum”, che il 6 giugno 1994 portò a 223 arresti, e che nel 2011 ha portato alla condanna definitiva in Cassazione di Vincenzino a 4 ergastoli (erano 6 in primo grado) e di Calogero a 4 anni e 10 mesi per associazione a delinquere di stato mafioso.

I due fratelli sono stati, inoltre, imputati nell’ operazione “Romanza” del 2000 e nell’operazione  ”Icaro” del 2003, che, condotte dalla DDA di Messina, sgominarono la ripresa delle attività criminali dei clan tirrenici e nebroidei, seguiti all’azzeramento conseguente dall’operazione “Mare Nostrum”. La riunificazione dei procedimenti “Romanza” e “Icaro” diede vita ad un unico processo, e fu allora che, a ridosso della sentenza di primo grado, i fratelli Mignacca, a piede libero, ma sottoposti alla misura di prevenzione della sorveglianza speciale, si resero latitanti dandosi alla fuga. Per loro, in quel procedimento arrivò la condanna all’ergastolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, vari omicidi, estorsioni, rapine ed altri reati e confermata in Cassazione lo scorso anno.

Tra i numerosi omicidi per i quali i due malviventi sono stati individuati quali autori materiali o mandanti ci sono anche l’omicidio di Maurizio Vincenzo Ioppolo, già “esattore” delle tangenti per conto dei Bontempo Scavo nella zona di Brolo ed eliminato quando aveva pensato di “mettersi in proprio”; l’omicidio di Giuseppe Guidara, avvenuto a Sant’Angelo di Brolo nel settembre del 1996, cagionato per assicurarsi un “pizzo” sulle false assunzioni di braccianti agricoli e sulle conseguenti provvidenze economiche gestite dalla vittima; l’omicidio di Vincenzo Bartolone, avvenuto a Tripi nel maggio del 1996, cagionato da rivalità di mestiere e asserite attenzioni della vittima per Stefania Buggè, successivamente divenuta moglie di Vincenzo Mignacca; il tentato omicidio di Nunziato Aloisi, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto nel giugno del 1997, cagionato da rivalità di mestiere ed esigenza di riaffermare il proprio “primato” criminale nel territorio; l’omicidio di Calogero Maniaci Brasone, avvenuto nel gennaio del 1997 a brolo, cagionato dalla necessità di assicurare un clima di “tranquillità” alle case da gioco gestite dall’organizzazione criminale.

Dai processi è, peraltro, emerso come i fratelli Mignacca avessero costituito, all’interno dell’associazione mafiosa, un proprio sottogruppo (Gruppo cd. Mignacca) che veniva gestito paritariamente dai due fratelli.