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Salute: burro e formaggi? Non fanno poi così male!

latte e formaggi

Stando ai dati dell’editoriale British Medical Journal riportati su focus.it non sarebbero loro i responsabili delle malattie di cuore. Il consumo di formaggi e burro infatti, se equilibrato e senza eccessi come tutti gli alimenti, non è dannoso come si pensava un tempo.
Si può tornare a spalmare il burro sul pane a colazione o a concedersi qualche ricco piatto di formaggi con una certa tranquillità. Già da qualche tempo è in corso la riabilitazione dei grassi saturi, quelli di origine animale contenuti in alimenti come il burro, i prodotti caseari, la carne rossa. Nell’articolo sul British Medical Journal il cardiologo Aseem Malhotra lo afferma a chiare lettere: «è arrivato il momento di dire basta al mito dei grassi saturi nelle malattie cardiache».
La cattiva fama dei grassi saturi, ricorda Malhotra, burro in testa, ha avuto inizio negli anni ’70 quando nel famoso studio dei “sette paesi” i ricercatori trovarono una correlazione tra livello di colesterolo, correlato a sua volta alla quantità di grassi saturi nella dieta, e malattie cardiache.
Ne scaturì il consiglio di tagliare i grassi nell’alimentazione e in particolare quelli saturi, che avrebbero fatto aumentare la frazione LDL del colesterolo, quello cosiddetto «cattivo», e la demonizzazione planetaria di alimenti come il burro. Invece, studi più recenti non hanno trovato alcuna correlazione tra l’assunzione di grassi saturi nella dieta e rischio cardiovascolare. Al contrario, questi grassi risulterebbero protettivi per il cuore, in particolare se assunti attraverso i latticini.

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Una delle ipotesi è che le vitamine A e D di cui è ricco il latte contrastino il rischio di malattie di cuore con il loro effetto anti-ipertensione. Anche la carne rossa è riabilitata. A far male sarebbero semmai gli additivi, sale e conservanti, contenuti nei salumi.
Altri studi stanno dimostrando ancora una volta che una dieta troppo povera di grassi saturi produce il contrario dell’effetto sperato: minimizza la spesa del metabolismo e fa aumentare la resistenza all’insulina, che può portare al diabete. Lo dimostra il fatto che anche dove i grassi sono stati ridotti nell’alimentazione della popolazione, come è avvenuto negli Stati Uniti, l’obesità è in continuo aumento.
Quindi il tanto temuto colesterolo – conclude Malhotra – trattato in tutto il mondo con le statine (una categoria di farmaci che riducono il livello di colesterolo nel sangue e che costituiscono ormai un’industria multimiliardaria) non è il principale responsabile di infarti e ictus. I veri colpevoli vanno ricercati semmai tra gli alimenti altamente processati dell’industria alimentare: i grassi idrogenati, il sale, gli zuccheri. Tutti ingredienti tipici dei prodotti industriali, necessari tra l’altro per rendere più appetitosi cibi che, una volta tolti i grassi, non sanno di niente. Gli zuccheri in particolare sono alla base della sindrome metabolica, quel quadro di sintomi, dall’obesità alla glicemia alta, che comporta un alto rischio per il cuore.

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