giov. la torre

C. d’Orlando: versi in omaggio al Ministro Cécile Kyenge

giov. la torre
Altre perle di Culture quelle che ci regala Giovanni Torres La Torre e questa volta legate all’attualità. Versi, poesie, racconti dedicati a Cécile Kyenge, Ministro dell’integrazione e delle politiche giovanili. Parole decise, forti, ma sempre con l’inconfondibile stile sottile e delicato di un artista che sceglie le parole con passione, interesse e umanità trasmettendo quanto sembra voler veicolare con i suoi versi.

Godetevi la lettura:

Omaggio a Cécile Kyenge

ANTICO SPECCHIO
di Giovanni Torres la Torre

Lieve preme una luce
antico specchio dei bambini
nati nelle pianure delle erbe del mondo
o nei deserti della sete i cui orizzonti
tremano finzioni di acque
oasi di ristoro prosciugate dalle carestie.
Le terre delle nostre colline
che si affacciano con balconi infiorati
hanno la luce del mare negli occhi dei pargoli
e spesso bei nomi che evocano
profumi di biancore
chiome impareggiabili di oleandri e zagare
che adornano piazze e strade
del paese natale.
Altri nomi esaltano campioni
che rincorrono una palla che fugge
cercando una rete inesistente
infiammando di evviva un semplice gioco
già divenuto leggenda.
Ma di quelli di paesi di stelle lontane
rapiti dalla fame e dalla sete
o inabissati su fondali
abitati dalle statue delle nostre antiche divinità
dagli eroi di bronzo effigiati in monete di Imperatori
di loro non conosciamo i nomi
né le madri possono ricordarli
infollite dal dolore
né i padri, prigionieri in qualche recinto
della nostra civiltà occidentale
e i cui nonni furono scienziati
astronomi e costruttori di piramidi
inventori di numerazioni e alfabeti.
L’anagrafe non potrà certificarne la scomparsa
non avendone registrato la nascita
sicché una moltitudine di umanità
manca all’appello
mentre sappiamo tutto di farfalle
scomparse dalla terra
di alberi e sementi, di petrolio e pietre di incanti.
II
Molti, tra quanti raccontano per mestiere la storia del mondo forse non trovano le giuste parole pur avendone il magistero per poterlo fare nella condanna del genocidio che divora i bambini mentre i regnanti si rinfacciano colpe per il sangue innocente. Altri ancora oltraggiano nomi e popoli liberatisi dalla schiavitù dalle rapine coloniali dei loro tesori petrolio, boschi, diamanti pestando le mani in cerca di giochi piccole dita di bambini dell’Africa protesi a cercare la vita e madri col seno nero e senza latte munto sino a diventare uno straccetto di pelle secca per gli stessi tamburelli e senza vene di sangue. La sera grida ancora verso il cielo lamenti senza voce
nelle poesie di dolore del poeta congolese Bolamba le cui parole guardammo negli occhi ancora giovani e increduli. Non c’era rancore contro la luna mentre parlava del suo “pugno di sogni alla terra e fertile semenza del desiderio e dei frutti succulenti sull’albero del sonno”. Del poeta straparlava il pazzo del paese recitandone i versi che possiamo amare dedicandoli a Cécile Kyenge. Non c’è rame e oro più prezioso della sua libertà, non ci sono diamanti più preziosi del martirio di Patrice Lumumba.

III
Altri bambini veleggiano nel gioco lontani dal commercio di uomini alcool e terre e mani sporche di predoni. Lasciano fuggire aquiloni sulle finestre del mare affacciandosi da pianori risonanti nomi di lontanissime radici svaniti nelle memorie dei nonni dell’antica civiltà contadina costruttori del paesaggio della bellezza dei muri dei terrazzamenti e delle bonifiche delle terre demaniali per impiantare vigne e agrumeti gelsi e banani delle nostre pianure, sugherete e castagni e salendo più in sopra, altri antenati della terra agronomi e braccianti altri alberi, ancora da frutto e frangivento. Capita anche di ascoltare nelle voci gioiose della sera vaghi suoni di armonica passi incerti di tanghi argentini in nostalgia di donne e vino uno strimpellare di chitarre offese nella sacralità degli accordi che evocano tuttavia nomi di innamorate confessando segreti alla resa di molti giri di bicchiere. Sono maturate le uve e non c’è scampo alla memoria sui fianchi dei gradini delle porte delle case di campagna ove fanno ombra le pergole intelaiate con tubi zincati travi curve di solai dismessi e pali spolpati dall’età. L’abile maestria delle mani dei potatori ha ricamato coi tralci una trapunta sotto il cielo che si intravvede appena e i grappoli si protendono con mammelle di acini dorati. Tribolate dalle stagioni le fatiche degli uomini cercano il ristoro dell’ombra e d’una boccata d’aria.

IV
Intrecciare i giorni come una rete si può ancora fare tramando fili colorati per la tessitura di un arazzo o semplici ricami come usavano fare le madri accovacciate su sedie impagliate nelle terrazze ove ora non nevica più dai gelsomini come quando bambini grafomani pasticciavano con l’inchiostro immaginando figure di cavalli e cavalieri carlimagni o con carte colorate per avventure di aquiloni.

V
Si possono ancora raccontare favole opache di estasi di una stagione della vita ingannata dagli incanti. Si può nella notte delle stelle cadenti esprimere un desiderio per il tempo che rimane nella numerazione del calendario. “Chi vive – diceva il pazzo del paese giunto da lontano senza memoria di nome, lettore di misteri e oroscopi amante della poesia che citava a memoria conoscitore dei nomi delle stelle consigliere di buona sorte nelle promesse di matrimoni e passato a miglior vita esaurite che ebbe le scorte di fandonie-, chi vive deve avere il coraggio di raccontare le ragioni e le follie del tempo vissuto”. Così sentenziando dal suo arengario – non
aveva una loggia ma quattro pietre sconnesse accanto all’abbeveratoio – nelle sere d’estate di frescura quando anche i bambini scorazzavano per le strade tracciava da stella a stella con godimento d’astronomo su un foglio immaginario trapunto da madreperle le linee del suo fantastico pentagramma – il musicomane della banda municipale apprezzava – affidando una nota musicale ad ognuno del coro stupefatto dei bambini che partecipavano al rito sicchè gli spazi si popolavano di nomi che il dito del creatore conferiva nell’esultanza dei battesimati. I lettori di scartoffie ripuliti i tubi di vetro dei lumi di petrolio per notti e notti, di tutto ciò che è narrato non hanno trovato testimonianza bollando impietosamente le parole del cantore come “cose da pazzi”. Ai superstiti di quel tempo per sentirsi ancora vivi piace evocare il nome assunto nel gioco vivendo nella leggenda come nella vita di quell’infanzia lontana, che i poeti possono ancora cantare sino a quando il loro inchiostro non perderà la memoria.

VI
E’ ancora lei la bella signora con la falce d’argento che cavalca chiome di frumenti maturi nel frinire delle colline che ondeggiano vagando di balza in balza tra sentieri ove altri fanciulli felici corrono ferendosi le ginocchia e gli amanti tra le stoppie si pungono le spalle. Colline d’ombra declinano a ruscelletti a piccoli anfratti di silenzio e pozze d’acqua per il ristoro degli armenti. Cantano le vergini spigolatrici accecate dalla luce e frementi in sospiri d’amore.

VII
Poche sono le notizie delle belle menzogne della letteratura. A suo tempo, il pazzo del paese, senza nome arrivato di notte col suo fagotto di stracci in sella a una vecchia Legnano residuato bellico dell’ultimo infame regno
avrebbe lanciato un grido d’allarme perché in un futuro non lontano quelle menzogne nascoste sarebbero state tragica realtà. Ascoltandolo, il piccolo mondo dei suoi estimatori sarebbe piombato nello sgomento.
I libri di storia di ogni epoca raccontano le verità e le falsità dei regnanti per gli agi da perpetuare e le gabelle d’ogni tirannide l’odio razziale e il dolore degli innocenti. Non c’è scampo, così al saccheggio della vita del mondo.
Quale lettera di consolazione sanno scrivere gli uomini della pace e quale promessa di libertà? Quanti cercano conforto nei messaggi del nulla quotidiano non hanno di certo letto il testo che racconta una storia incredibile
recuperato in un fiasco che mostrava, a detta del pescatore il rimpianto per il vino versato. Quando l’uomo di mare depositò la reliquia nelle mani del pazzo del paese ritenuto saggio lettore di sacre scritture interprete di oscuri alfabeti e in odor di vino angelo con le ali un pianto sconsolato lo turbò. Nelle sue arringhe domenicali sottraendo clientele all’altare da allora il demente cambiò tono insistendo su “ciò che poteva accadere al posto di ciò che già accadeva e quante delle cose accadute potevano non accadere”, per come verbalizzato dalle forze dell’ordine più volte intervenute a sedare gli animi degli astanti.

VIII
Si smarriscono i passi e i giorni della speranza si tengono per mano tentando di ritrovarsi. Il tempo che ci è dato, d’altro canto esclude un secondo mandato per la verifica ed incombe il silenzio della seconda tromba. Del terzo giorno, poi, è difficile raccontare con serenità d’animo e malgrado la volontà di farlo non si conoscono le parole risaputo che quelle del divino geometra con i suoi disegni a misura di sogno celeste sono rimaste prigioniere nel messaggio della misteriosa bottiglia. Comunque vada riarsi nei terreni taceranno i pigolii ed i tremiti delle foglie ma le melodie composte dal maestro Messiaen i canti di ogni cuore saranno custoditi nel museo sonoro del bosco della memoria nei luoghi dell’anima nelle cavità più profonde della terra ove si impertugeranno i silenzi e le preghiere le parole dei racconti e delle poesie i numeri della matematica e delle antiche porte ove ancora poter bussare per un bicchiere d’acqua. I superstiti delle nostre stagioni si porranno comunque un problema: la tragedia dei bambini del mondo morti senza lasciare il loro nome non sapendo sull’altare di quale divinità deporlo né a quale scialle di dolore affidare il corpicino né a quali abbracci disperati di padre stringersi nell’estrema paura. Taceranno, s’è detto, le cicale amiche della solitudine delle campagne e il rimpianto smortirà nel profumo dell’aceto quando al dolore dei tre chiodi nessuno potrà rispondere per rincuorarlo e il figlio del cuore attorcigliato della madre chinerà il capo, demente nel singulto smarrito del vento che abbuia l’ultimo respiro del condannato.

Post scriptum: non ci sono ultime notizie sulle belle menzogne della letteratura. I bambini continuano a morire un tanto a minuto. Maramaldi con teschio in fronte imbrattano i monumenti e i ritratti di uomini e donne che diedero la vitaanche per la loro libertà. Non avendo più voce non sappiamo come faranno a pentirsi.

 www.giovannitorreslatorre.it

Print Friendly

clean-service


mt-infissi


uniscuole

Articoli Correlati

Close