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Barcellona: ecco i dettagli dell’operazione Gotha 4. Criminalità instabile e ferita dai collaboratori di giustizia

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Giovanni Perdichizzi sarebbe stato ucciso per la sua “palese” inaffidabilità nella gestione degli incassi del pizzo. Secondo le indagini non venivano depositate nella “cassa comune”. Questo uno dei dettagli emersi nel corso delle indagini che hanno portato all’operazione portata a termine questa mattina e denominata “gotha 4”. Una ricostruzione dettagliata degli inquirenti sulla evidente instabilità dell’organizzazione mafiosa barcellonese messa a dura prova dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dalle denuncia di imprenditori onesti.

I provvedimenti scaturiscono da un’attività investigativa sviluppata in prosecuzione degli interventi repressivi che hanno recentemente colpito gli esponenti della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto e delle sue diramazioni territoriali, l’ultimo dei quali (Operazione “Gotha 3”, conclusa nel luglio del 2012) ne aveva fortemente minato la struttura criminale, sino ad allora difficilmente permeabile e consolidata dall’assenza di significativi apporti collaborativi.

Le indagini realizzate da Carabinieri e Polizia, confluite nell’operazione odierna, hanno messo in luce l’instabilità di un sistema mafioso fortemente provato dalle dichiarazioni dei collaboratori Carmelo Bisognano, già capo dell’articolazione barcellonese dei “Mazzaroti”, Alfio Castro e Santo Gullo ed il difficile tentativo di ripristinare un assetto organizzativo in grado di far fronte alle rinnovate esigenze di controllo del territorio e di realizzazione delle progettualità criminali, difficilmente conciliabili con l’assenza della maggior parte degli elementi apicali del sodalizio in quanto sottoposti a regime carcerario di cui all’art. 41 bis e con gli effetti delle penetranti misure patrimoniali di sequestro beni nel frattempo applicate. Un’organizzazione, peraltro, che ha dovuto far fronte per diversi mesi alle necessarie coperture a Filippo Barresi, considerato uno dei suoi capi ed organizzatori, pienamente attivo fino al momento del suo arresto avvenuto ad opera del Commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto nel gennaio di quest’anno.

Ulteriori ostacoli all’azione di riorganizzazione criminale sono stati offerti dalle denunce e dalle ampie ammissioni di diversi imprenditori dell’hinterland barcellonese che, con grande senso civico, hanno permesso di definire numerosi episodi estorsivi e di procedere all’arresto, a volte anche in flagranza di reato, di diversi esponenti mafiosi, contribuendo così ad indebolire le fondamenta del muro di omertà presente sul territorio .

Fra questi Salvatore Campisi, arrestato nell’aprile del 2012 dai Carabinieri di Barcellona P.G. nell’ambito dell’indagine “Mustra”, le cui successive dichiarazioni hanno ulteriormente fatto luce sugli assetti storici del sodalizio, la sua nuova organizzazione ed i reati fine commessi, consentendo inoltre di trarre indizi su alcuni fatti di sangue del recente passato, come i due tentati omicidi ai danni del capo mafia Carmelo Giambò avvenuti il 22/8/2010 ed il 03/03/2011, nonché di chiarirne altri, tra i quali l’omicidio di Ignazio Artino.

Tale delitto, avvenuto il 12.04.2011, sarebbe stato ordito ed eseguito dallo stesso Campisi – con la collaborazione di Carmelo Maio detto “Spillo” ed altri, come riscontrato peraltro dalle indagini della Polizia di Stato che già nell’immediatezza aveva individuato importanti spunti di indagine, successivamente confermati dalle dichiarazioni del collaboratore Salvatore Campisi. Tale omicidio veniva posto in essere dal Campisi al fine di affermare la propria legittimazione alla gestione dell’attività estorsiva nel territorio di Terme Vigliatore e rafforzare la sua posizione, già delineatasi nel corso dell’indagine che aveva portato al suo arresto.

Per quanto concerne i profili associativi, parallelamente alla meticolosa attività di riscontro realizzata dalla polizia giudiziaria delegata, le attività tecniche hanno permesso di individuare il nuovo panorama criminale ed i consociati subentrati nei vari ruoli ai referenti mafiosi arrestati con le precedenti attività.

In merito, le indagini della Polizia di Stato, ricostruendo l’attuale sistema delle estorsioni ai danni dell’imprenditoria nel territorio di Mazzarrà S. Andrea nonché dell’indotto economico della locale discarica comprensoriale, hanno documentato come Massimo Giardina, Salvatore Italiano e Salvatore Artino abbiano preso il posto già di Carmelo Bisognano prima e, successivamente, di Tindaro Calabrese e del defunto Ignazio Artino. Hanno documentato, poi, come sul medesimo scenario determinatosi a seguito dell’omicidio di Ignazio Artino, già monopolio del gruppo dei “mazzarroti” abbiano avuto un ruolo di rilievo i barcellonesi Giovanni Perdichizzi, quest’ultimo perito a seguito di agguato mafioso l’1.01.2013, Antonino Scordino e Vito Gallo.

Le indagini hanno messo in luce, altresì, l’operatività nel settore delle estorsioni nell’area della cittadina del Longano, del gruppo criminale di “Pozzo di Gotto” con un ruolo di primo piano svolto da Domenico Chiofalo e di individuare le responsabilità per gli attentati commessi in danno di esercizi commerciali anche mediante esplosione di colpi d’arma da fuoco.

Nelle attività di indagine relative al fenomeno estorsivo, nel quale è emerso anche il ruolo di Salvatore Artino figlio dell’ucciso Ignazio, si è dovuto constatare, nonostante la preziosa collaborazione delle vittime, un atteggiamento reticente da parte di alcuni imprenditori che, negando l’evidenza dei fatti estorsivi cui erano sottoposti, hanno ostacolato le indagini. Tutto ciò a differenza di altri imprenditori che hanno invece offerto il proprio contributo.

Parallelamente, proprio nel territorio di Barcellona Pozzo di Gotto, le contemporanee attività dei Carabinieri hanno accertato la piena operatività anche del gruppo “di San Giovanni”, dal nome dell’omonimo quartiere, già diretto da Ottavio Imbesi fino al momento del suo arresto avvenuto il 30/01/2009 nell’ambito dell’operazione “Pozzo” del R.O.S. e, successivamente, dal defunto Perdichizzi che ha avuto il compito di raccogliere i proventi delle estorsioni per la successiva rifusione nella c.d. “cassa comune”, avvalendosi del suo “braccio armato” rappresentato da Antonino Scordino e Vito Gallo.

Tale gruppo ha manifestato un’elevata capacità di controllo del territorio, idonea finanche ad indurre alcuni imprenditori del posto a chiedere agli stessi sodali il loro intervento per recuperare dei proventi di furto.

Il muro di omertà posto a sua protezione ha però ceduto di fronte alle denunce di un’altra parte dell’imprenditoria, che ha permesso gli arresti in flagranza nel corso delle indagini di Alessandro Crisafulli prima e Francesco Pirri – entrambi cognati del citato Vito Gallo e già ritenuti legati a Ottavio Imbesi – succedutisi repentinamente sul territorio per la riscossione delle estorsioni.

Sono stati poi acquisiti dall’Arma significativi dati investigativi riguardanti le contromisure attuate dal sodalizio per far fronte alla portata destabilizzante delle più recenti defezioni collaborative: immediatamente dopo essere stata resa nota la posizione giudiziaria del citato Campisi nell’ambito del processo “Vivaio”, Francesco Aliberti, quest’ultimo ritenuto tra gli elementi di rilievo del sodalizio ancora rimasto in libertà, si è preoccupato di far comprendere ai propri affiliati l’importanza del sostentamento ai consociati detenuti quale impegno morale e, soprattutto, per scongiurare l’ipotesi di ulteriori collaborazioni.

Altro aspetto di rilievo emerso dalle medesime attività tecniche ha riguardato il rinnovato interesse che la consorteria avrebbe rivolto al traffico di sostanze stupefacenti, fino a pochi anni addietro considerato generalmente avulso dagli interessi prettamente mafiosi  – ed in alcuni casi fortemente osteggiato e motivo di dura repressione – tornato in auge in ragione della concreta diminuzione degli introiti estorsivi, connessa alla particolare congiuntura economica ed alle oggettive difficoltà dell’imprenditoria locale.

Tra i nuovi capi e promotori dell’organizzazione sono state infine individuate dal R.O.S., oltre al citato Aliberti, le figure di Giuseppe Treccarichi, quest’ultimo già risultato nel corso delle pregresse attività come legato ai vertici del sodalizio mafioso barcellonese e, in particolare, a Tindaro Calabrese e Carmelo D’Amico, nonché dell’imprenditore barcellonese Antonino Mazzeo, inteso “Piritta”, il quale è risultato organico alla struttura mafiosa da vecchia data.

Dall’indagine denominata “Gotha 4” emerge in sostanza uno scenario caratterizzato da una marcata instabilità degli equilibri criminali, nel cui ambito è stato possibile collocare anche i più recenti omicidi di Giovanni Isgrò, ritenuto vicino a Perdichizzi prima ed a Lorenzo Mazzù Lorenzo dopo, e dello stesso Giovanni Perdichizzi.

Sul conto del Perdichizzi gli elementi raccolti nel corso delle indagini ne hanno evidenziato una palesata inaffidabilità, causata dalla mancata consegna dei proventi estorsivi nella “cassa comune” del sodalizio mafioso, così violando una delle sue regole fondamentali.

Le indagini sviluppate dai Carabinieri in seguito all’omicidio del Perdichizzi avevano consentito di rilevare la presenza sulla scena del crimine di Salvatore Cuttone, amico fidato del Perdichizzi, il quale, individuato dopo alcuni giorni fuori dal territorio di origine, avrebbe poi deciso di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni, in linea con quelle di Salvatore Campisi, hanno dettagliato il ruolo del Perdichizzi e le motivazioni del suo omicidio, legandolo anche alla contrapposizione della vittima con Antonino Mazzeo, detto “Piritta”, ed altri soggetti appartenenti alla medesima consorteria.

Il Cuttone, peraltro, ha permesso a Polizia e Carabinieri di recuperare diverse armi occultate in un terreno di sua proprietà sito in località Acquaficara di Barcellona, alcune delle quali modificate ed ad alto potenziale offensivo, su richiesta di Crisafulli Alessandro e per conto di Imbesi Ottavio, fornendo ulteriore riprova della ferocia e della pericolosità del sodalizio barcellonese.

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