giov. la torre

C.d’Orlando: “I versi delle cicale”, una poesia di Giovanni Torres La Torre

giov. la torre

Riceviamo e pubblichiamo con immenso piacere, uno splendido componimento dell’ artista orlandino Giovanni Torres La Torre. La lirica, dal titolo “I versi delle cicale” è tratta dall’ultima fatica letteraria dell’autore  “ Teatro Viaggiante”, edito Pungitopo.

Teatro viaggiante

I versi delle cicale   (2009-2013)                                                           Alle vittime Ai superstiti

Quando assillano le colline

nello splendore che acceca le pietre

le cicale raccontano rimpianti di terre dimenticate.

Falciatori di messi e lettori di poesie

ultimi cantori

ascoltano la bellezza delle parole

che si rincorrono a piedi nudi

senza mai potersi toccare

tra i canneti dei fiumi dell’anima

a perpetua dannazione di cui non conoscono il peccato

rimasto mistero esclusivo della dea che donò l’acqua dell’incanto.

Da quelle sorgenti di nevai

venne un tempo di naufraghi in cerca dei focolari degli antenati

perché fondassero altri mondi

piantassero semi proteggendone la vita con palizzate.

Ora non è dato sapere il nome degli alberi

che da allora segnano il cammino dei viandanti

né da quali nidi nascosti nel fogliame

un suono superstite esplode e poi si spande

con luccichio di madreperle di chitarre.

 

“Nella notte chitarra verde, colomba verde

nella notte colomba limpida”.

Voce di Messiaen si dilegua con lieve gioco

palpito d’ali che giunge e poi dispare.

L’emozione prende in pegno il profumo del pane

reclamato a gran voce in quella stagione di spartizione di frumenti

e nodi stretti alla gola delle bandiere.

Fiori vermigli strappati alle spine da gesti amorevoli per languidi ritratti

riposano ora a capo chino sul tavolo della cucina

nel bicchiere che fu forma perfetta nelle sere delle osterie

mentre mani in grembo aspettavano

il calare della rosa al forno

per il pane raccolto spiga a spiga

in quel tempo di speranze e fatiche.

 

II

Luce dolce che fa velo e poi ombra

ma quando del tutto è notte la vita cos’è?

Ultima boccata d’aria sulla porta

ad affacciarsi ancora sul respiro del mare.

Ma tu fiore d’arancio che più non adorni

il candore dei veli delle spose

né cingi chiome di madonne in processione

a cercarti ancora ma invano

mute ora le mani e ansiose a segnali di fazzoletti

s’acquetano nel sonno sotto i guanciali

nel rimpianto di ferite d’amore e perduto miele.

 

III

Intanto, oh intanto! per deserti di sete fuggivano dai massacri

popoli del Mar Eritreo, dagli altipiani e da terramare d’Etiopia

confusi con le stelle e antiche leggende, anelando a rive di zagare,

ma invano.

Lasciàti morire dalle loro e dalle nostre divinità e, violando leggi,

dalla crudeltà umana, si inabissavano in fondali di mari vaganti,

ancora fiorenti di civiltà lontanissime. Si consumava così l’antica

tragedia di uomini e bronzi, maioliche e pietre.

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