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S. Stefano C.: la crisi della “ceramica”. Grido d’allarme di un ceramista

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“È più l’oro che la mercanzia”, è questo ciò che racconta Giusi Rubino nella prima tesi discussa sull’industria di Santo Stefano di Camastra nel lontano 1956, espressione di un artigianato del tempo ma che sembra l’immagine di quello attuale. È inutile infatti negare come la crisi economica abbia colpito e continui a colpire il settore della ceramica, soprattutto le piccole realtà artigianali, ma non solo. E sono tanti gli interrogativi che ci si pone in questi casi: dove si è sbagliato? Cosa si può fare? Da dove ripartire?

In merito alla questione abbiamo incontrato un maestro ceramista, Nicola Mirenda, grande sostenitore della tradizione ceramica, che da 30 anni si occupa di artigianato e anche in periodo come quello attuale, dove vivere di ceramica significa più sopravvivere, forse da sognatore, come lui a volte si definisce, non abbandona il campo di battaglia e lotta anche in onore di un glorioso passato che non merita di svanire nel nulla.

Quanto è realmente colpito dalla crisi il settore della ceramica: da sempre gli artigiani stefanesi si sono dovuti confrontare con dei momenti di prosperità alternati a periodi di difficoltà. Nel dopoguerra ad esempio o con l’arrivo della plastica sul mercato mondiale, che di fatto sostituisce gli oggetti di artigianato e di conseguenza la terracotta e la ceramica, ma c’è da dire che quei momenti di crisi non sono mai stati così lunghi. Oggi in effetti la situazione è realmente drammatica, se si pensa che molte aziende a Santo Stefano hanno avuto un crollo e purtroppo altre hanno anche dovuto chiudere lasciando, loro malgrado, tante persone senza un lavoro.

Cos’è cambiato nel mercato della ceramica rispetto a 10-20 anni fa? I tempi d’oro per il mercato della ceramica ci sono stati. Al giorno d’oggi, invece, non ce la facciamo effettivamente a coprire le spese, che sono purtroppo più dei guadagni. Le famiglie hanno perso il valore di acquisto, le limitate disponibilità economiche, giustamente, vengono destinate magari per altre esigenze primarie. Quindi se un tempo la ceramica ha permesso ad alcuni artigiani di costruire un futuro per loro ed i loro figli, oggi è più che altro una sopravvivenza, un voler portare avanti un’antica tradizione che ha fatto di Santo Stefano quello che è stato fino ad ora. E per fare questo ci vuole senza dubbio un’amore sviscerato per quello che si fa.

Quindi è come se il turista non fosse più interessato alla ceramica, non essendo un bene di prima necessità? No assolutamente no. Il turista è ancora particolarmente affascinato dalla ceramica di Santo Stefano. Il turista capisce, si rende conto della particolarità del pezzo artigianale, della magia che c’è dietro un pezzo di ceramica, dalla foggiatura al tornio alla metamorfosi che avviene nel forno. Gli amanti del gusto e del bello continuano ad acquistare la ceramica, che forse però rischia di diventare un elemento di nicchia. E sul turismo c’è poi da dire, perché Santo Stefano viene molto penalizzato dal fatto che non rientra nei giri turistici, ma lì poi ci sarebbero altri fattori da analizzare quale il giusto adeguamento del territorio all’accoglienza turistica.

Quali sono stati, se ci sono stati, gli errori fatti in passato dagli artigiani stefanesi che oggi non gli permettono di rimare fuori dallo sbandamento sociale provocato dalla crisi economica? Sicuramente in passato, tutti abbiamo partecipato a questo tipo di cambiamento che stiamo subendo oggi, non preoccupandoci effettivamente di quello che potesse accadere in un periodo di crisi. Quando le persone arrivavano, quando il turista sbarcava a Santo Stefano appositamente per acquistare la ceramica, nessuno si preoccupava di altro. Si viveva il momento e basta. Oggi gli arrivi sono ridotti e noi forse ci siamo venduti male perché quello che è soprattutto mancato è stato l’aspetto comunicativo, la sponsorizzazione. Ci siamo forse cullati un po’ troppo di quello che avevamo, come se nessuno ce lo avrebbe mai tolto.

Molti dicono che Santo Stefano oramai vive soltanto di un glorioso passato, come se pensasse di poter vivere per sempre di rendita. Diciamo che non è così, e lo dimostra il fatto che sono tanti gli artigiani che ora stanno cercando di mettersi al passo con i tempi, anche presenziando ad eventi di portata nazionale.

Secondo Lei, come può oggi la ceramica di Santo Stefano sopravvivere a questo importante periodo di crisi economica? Sarà senza dubbio un compito arduo, uscire da questo periodo puntando solo su questo tipo di economica, ma io credo che riusciremo a gestire questo momento di crisi e ripartire dal comparto ceramico, perchè rimane sempre l’economia più importante. Ovviamente oltre ad una capillare sponsorizzazione e una giusta comunicazione, io penso che sia necessario ottimizzare le risorse del territorio e mi riferisco al Liceo Artistico, ottimo strumento per avvicinare i giovani a questo mestiere; al Museo della ceramica, che deve entusiasmare il visitatore, grazie agli oggetti, agli attrezzi, ai documenti che raccontano la nostra cultura e la nostra tradizione; alle associazioni locali che si occupano di promozione o animazione e che da qualche anno svolgono un ottimo lavoro e con poche risorse.

A proposito di associazioni, Lei è Presidente dell’Associazione Culturale “Amici della Ceramica”, quali sono le iniziative attualmente in atto che mirano a valorizzare il prodotto locale? Devo dire che ultimamente a Santo Stefano c’è un grande fermento da parte dell’amministrazione e delle associazioni che si mettono continuamente in gioco per valorizzare e sponsorizzare la ceramica. Fermento probabilmente stimolato ancora di più dal fatto che quest’anno il paese compie 330 anni dalla sua ricostruzione. Nello specifico la nostra associazione, “Amici della Ceramica”, sta partecipando attivamente alle attività promozionali e culturali. Ad esempio in occasione della rappresentazione teatrale, tratta dal romanzo di Filippo Fratantoni, “La Corona di Rose”, è stata realizzata una miniatura della Madonna Addolorata, che serviva per la rappresentazione, ma sono state fatte più copie in modo da destinare il ricavato per finanziare l’opera teatrale stessa. Al momento stiamo lavorando su una pergamena in terracotta che rappresenterà il premio per i partecipanti al “Torneo della Ceramica” (Torneo Nazionale L.A.M. Di Arco storico) che si terrà a Santo Stefano il prossimo 18 maggio. Inoltre, torna anche quest’anno l’iniziativa “Concretamente”, un laboratorio di ceramica destinato agli alunni delle scuole ma non solo.

Per concludere, quello che state cercando di fare ora è puntare su una decisiva sponsorizzazione. Ma ci sono secondo Lei altri aspetti che andrebbero attenzionati? Io penso che sostanzialmente si debbano rivedere e potenziare tutte le attività collegate alla promozione del territorio. Di sicuro, anche dal punto di vista politico, molto è stato fatto, ma evidentemente non è ancora abbastanza.

Secondo Lei, il settore della ceramica, ritornerà allo splendore di un tempo? È presto per dire se riusciremo del tutto a superare questo particolare momento. Secondo me, se riusciamo a resistere per altri 2 o 3 anni ce la faremo. A Santo Stefano ci sono maestranze che riusciranno ancora ad incuriosire e ad affascinare i passanti, i visitatori, i turisti, come hanno fatto i nostri padri. E io in questo ci credo, e non da sognatore, ma da uomo che attorno a questo lavoro a costruito la propria vita. I miei figli stanno seguendo la mia strada e se io non ci credessi realmente, li avrei indirizzati per altre vie. Come scrive la dott.ssa Rubino, nella sua tesi su Santo Stefano, i forni in questo paese non sono mai stati spenti in 100 anni, e si riferiva a tempi lontani. Spero quindi che ci siano ancora persone che, come me, credono nelle potenzialità di questa terra, in modo che la ceramica non sia solo il passato ma anche il futuro.

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