ALTRI TEMPI – DON TINDARO VENTURA, GOMMISTA


Continuiamo il viaggio che ci porta indietro nel tempo per conoscere personaggi ai più sconosciuti ma che fanno parte della storia del nostro paese. Grazie alla preziosissima collaborazione di Gaetano Raneri vi proponiamo oggi la scoperta di un uomo che nella vita ha saputo soffrire mantenendo una dignità decisamente “d’altri tempi”.

“…un grido lancinante echeggiò lungo i vicoli di San Martino, discese nella valle e si spense in una disperazione che non doveva avere più fine… Era la vigilia di Pasqua del 1943 quando don Tindaro Ventura, piccolo padroncino di trasporti per conto degli “Alleati”, nella fretta di recuperare una ruota bucata, diede, con quanta forza aveva in corpo, un colpo di martello che scivolando sul cerchione, frantumò, irrimediabilmente, il Suo ginocchio destro. Con Cristo non risorse più l’uomo che da quel giorno cominciò a percorrere, lentamente, ma inesorabilmente il dolorosissimo calvario di una vita che non lo avrebbe avuto, mai più, protagonista. Invalido a qualsiasi tipo di lavoro, senza il conforto del benché minimo vitalizio,
privo, per necessità, del Suo mezzo, trovò sfogo nella riparazione di gomme in un periodo in cui tutto veniva recuperato, ma poco era il recuperabile. Cosicchè, copiando da altri, diresse la Sua attenzione sulle biciclette che forniva di ruote “massicce” riciclati dai bordi di vecchi copertoni consunti da cui ne aveva tratto, opportunamente, l’anima d’acciaio. Ma niente poteva essere scartato, neanche quei cerchi che don Tindaro destinava ai giovanetti di allora vogliosi di cimentarsi in spericolate corse tra curve da…brivido.

Ed i segni di tale “fiorente” attività erano sempre presenti nelle infelici mani di don Tindaro, avendo a che fare con lunghi coltelli “autarchici” bagnati nell’acqua per scivolare nella gomma e con infuocati pistoni capovolti e compressi sulla gomma da saldare. Cosa ne traesse da tale lavoro è facile immaginare, avendo cinque bocche da sfamare, casa e magazzino in affitto e la Sua, irrinunciabile, sigaretta. Eppure manteneva un comportamento talmente dignitoso da far trasparire appena il disagio di tempi veramente difficili, dimostrando disponibilità e comprensione nei riguardi di chi, probabilmente, aveva meno bisogno di Lui. Quando la Sua disperazione raggiungeva l’apice, individuando nella Sua rigida gamba la causa di tutti i Suoi problemi, tentava uno straziante recupero dell’articolazione che solo il provvidenziale intervento di amici evitava ulteriori, gravi conseguenze. Aveva tale scarso senso di rispetto del Suo corpo da permettersi interventi di resezione viva di incisivi divenuti troppo ingombranti e da Lui ritenuti un ulteriore , insopportabile, tradimento del destino. Poi sembrò giunto il giorno della riscossa.

Appoggiandosi ad una antica esperienza e contando sull’aiuto della giovane e bella compagna (che con Lui avrebbe condiviso, amorevolmente, una esistenza di passione), tentò la sfortunata via del commercio, costruendo un forno “fai da te” che lo avrebbe restituito,in tempi brevi, all’attività di gommista, ora divenuta, con l’aiuto dei figli, ben più remunerativa. Così,fino alla fine dei Suoi giorni che non tardarono a concludersi, raggiunto dal sadismo del fato, a soli 57 anni (1965)
e dopo appena un mese di pensione. Signori, di fronte al martirio, giù il cappello!”

Tano Raneri

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