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Salute: perdonare fa bene al cuore, ripensare un’offesa può essere molto rischioso

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Sempre puntali come ogni domenica. Ecco l’appuntamento con un argomento legato al vasto campo della salute. Oggi, anche se qualcuno può essere scettico, parliamo del perdono.

Sii, perdonare ha un effetto benefico in quanto  fa superare lo stato di rabbia e di tensione che si crea verso coloro che hanno generato una condizione di disagio o sofferenza (più o meno intensa).

La conferma scientifica di questo dato viene da una ricerca realizzata da Britta Larsen, del Department of Psychology and Philosophy dell’University of California di San Diego (Stati Uniti), e dai suoi collaboratori. L’indagine, pubblicata sulla rivista Psychosomatic Medicine, ha anche messo in luce gli specifici meccanismi attraverso i quali si svolge quest’azione benefica del perdono sull’apparato cardiovascolare.

«Il nostro è il primo studio che indica come il focalizzarsi sul perdono sia non solo protettivo in quel preciso momento» cosi l’articolo redatto dal gruppo della dottoressa Larsen, «ma possa offrire una protezione anche successiva, attraverso un cambiamento del modo in cui gli individui rispondono al fenomeno della ruminazione psicologica sull’evento, che può ripresentarsi nel futuro».

Ricerche  hanno dimostrato che il continuare  pensare a un evento sfavorevole possa riattivare una rabbia più o meno simile a quella sperimentata durante l’evento, e questo anche a distanza di molto tempo. Una rabbia che è risultata associata a una maggiore probabilità di sviluppare disturbi cardiovascolari e anche a un più elevato livello di mortalità.

La ricerca dell’University of California è stata realizzata su oltre 200 studenti, ai quali è stato chiesto di ripensare a una recente offesa ricevuta, prima lasciando fluire l’eventuale rabbia connessa al l’evento e successivamente cercando, invece, di raggiungere una posizione interiore di perdono verso la persona che aveva causato l’offesa.

Il tutto avveniva mentre i ricercatori rilevavano alcuni parametri cardiovascolari, come la pressione arteriosa, sia massima sia minima, nonché la frequenza cardiaca. È stata effettuata anche una comparazione di questi parametri tra il momento in cui i soggetti si ponevano in una condizione mentale di perdono e un momento successivo in cui venivano semplicemente distratti dalla propria rabbia.

«I nostri dati dimostrano che pensare a un evento offensivo con un approccio cognitivo di perdono porta a un minor livello di aumento della pressione sanguigna rispetto a quanto avviene quando lo stesso evento è pensato con un approccio cognitivo di rabbia — sottolineano i ricercatori californiani —. E dimostrano anche che la semplice distrazione non rappresenta una modalità altrettanto efficace di affrontare l’offesa ricevuta».

La sperimentazione ha messo in evidenza che i soggetti distratti dal ricordo dell’evento offensivo avevano inizialmente, come quelli che avevano perdonato, livelli inferiori di pressione arteriosa rispetto a quelli concentrati sulla ruminazione rabbiosa; tuttavia, in seguito la loro pressione, specie la minima, è risultata più alta rispetto a quella di coloro che avevano perdonato. Sembra che a rendere così efficace il perdono nel controllare gli effetti negativi della rabbia sul sistema cardiovascolare sia specificatamente il rimpiazzare le emozioni e i pensieri negativi con quelli positivi, quali empatia e compassione.

Quanto ottenuto finora rende auspicabile il superamento della rabbia per fare largo a sentimenti più compassionevoli;  «il perdono viene spesso considerato un beneficio per gli altri — conclude la dottoressa Larsen —, ma sembra che coloro che perdonano possano anch’essi avere dei benefici».

Fonte: corrieredellasera.it

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