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La tua opinione: L’uomo, la bestia e la virtù – tre maschere offerte alla comunità prendere o lasciare?


Il  teatro  pervaso da una particolare atmosfera è  pronto per garantire ai suoi spettatori uno spettacolo graffiante, una amara opera buffa.  Si  celebra  il trionfo del grottesco,  l’Associazione culturale “Rosso di San Secondo” gruppo teatrale “ Il Laboratorio”con la preziosa e  sapiente regia di Gianfranco Perriera  presenta infatti,  una delle più feroci satire Pirandelliane.

“L’UOMO, LA BESTIA, E LA VIRTU”: l’ennesimo gioco delle parti  annidato dentro una società che celebra il trionfo della ipocrisia e del perbenismo. L’amore come sentimento autentico, pulito e sincero è sporcato dallo stratagemma,  poiché  pur di mantenere “onore” e “rispettabilità” si abbraccia con spregiudicata naturalezza ”L’AMBIGUITA’”, si sceglie la strada della “DOPPIEZZA” la società  infatti, apprezza le buone maniere e spesso si accontenta solo della parvenza.

Sul vetro cristallino della trasparenza, scivolano pesanti gocce di acqua sporca che, attraverso la mistificazione appaiono opportunamente depurate. La virtù, nel suo difficile cammino, incontra ostacoli e non riesce a  concretizzare la perfezione, per fortuna la maschera nasconde il visibile e così le apparenze riescono  con successo a scompaginare la realtà.
L’amore è sacrificato, l’identità violata ma l’obiettivo perfettamente riuscito, l’apparenza conta più del vero e celebra la sua pietosa commedia. Vite parallele che, noncuranti del rispetto e dei valori autentici, indossano maschere intercambiabili, pronte a risolvere con successo ogni situazione.

L’intento, dell’autore, non troppo nascosto, è quello di strappare queste facciate ipocrite per far riaffiorare la bellezza della verità. Tutti gli attori bravissimi, hanno saputo trasmettere il messaggio, il perfido trucco dietro cui l’umanità si lascia vivere. Identità deturpate accettano qualunque messinscena, pur di mascherare l’inganno, in tal modo tristemente, con noncurante  compiacimento si imbrattano sentimenti e passioni.

Ho trovato fantastici tutti gli interpreti: Tiziana Galipò è stata la “virtuosa” signora Perella, Alessandro Biscuso “l’ipocrita” Paolino, fantastica coppia di talento, pronta a impersonare due  brillanti maschere appartenenti al carnevale della vita. Momenti godibili basati sulla  esaltazione di una purezza apparente;
Tiziana, disinvolta e brava come sempre, riveste il ruolo di “MIRABILE e OSTENTATA VIRTU’”, Alessandro invece, conferisce bene al personaggio di Paolino una frizzante nevrosi, incarnando perfettamente lo sgretolamento dell’uomo che, pur di salvare l’onore  si assoggetta cinicamente alle convenzioni borghesi. Salvatore Fragata, impersona in modo credibile l’irascibile  capitano Perella, per lui uomo di mare, distratto ed egoista la società è disposta ad accettare la bigamia. La scena riuscitissima è  affollata  da brave   e petulanti domestiche insieme con ragazzi abbastanza bistrattati. Rosaria e Grazia interpretate rispettivamente da Giulia Giuffrè e Nella Natoli si dimostrano perfettamente azzeccate nei loro ruoli, mentre sorprendente appare Nonò, impersonato dal piccolo  e bravissimo Alessandro La Galia. Il dottor Pulejo (Murizio Triscari), il signor Totò (Antonio Puglisi),i due alunni (Tindaro Amato e Aleandro Prattella) sono  ben inseriti nel contesto e pur essendo personaggi considerati minori, riescono con successo a dare ritmo e vitalità alla rappresentazione.   In un allestimento che evita gli eccessi, ogni attore ha un suo dignitoso spazio e tutti riescono con discrezione  a mettere in luce il loro aspetto bestiale.

Ben EDUCATI e COMMEDIANTI, perfettamente conformi alle esigenze di una società che non sente il bisogno di grattare le superfici i protagonisti  nascondono tutta la loro fragilità utilizzando la FINZIONE.  La maschera riesce così, a sopraffare l’uomo, garantendogli un abito confezionato su misura, una sagoma priva di anima, pronta a vendere e sfregiare gli affetti più cari pur di raggiungere il suo scopo.

Un grazie sincero, al regista  ai collaboratori, e a tutti gli attori questi ultimi, con disponibilità ed entusiasmo hanno reso credibili le loro parti,  riuscendo in tal modo a presentare un lavoro ben confezionato, che offre importanti spunti per una severa riflessione relativa ai comportamenti malsani di una ipocrita società.

Il gruppo teatrale  “Il  Laboratorio” festeggia quest’anno i suoi trenta anni di attività,  ritengo doveroso ricordare tappe e avvenimenti che hanno caratterizzato il lungo percorso di questa compagnia  che, con impegno, passione e grande spirito di sacrificio ha saputo mantenere vivo l’interesse per le attività culturali, prediligendo naturalmenta il teatro.

Riaffiorano così  ricordi di magnifiche serate vissute in un clima di armoniosa serenità, gli spazi erano piccoli e anche inadeguati, ma grande era il piacere di incontrarsi , sorrisi, battute,  sguardi parlavano per noi, raccontando il vivere quotidiano di una comunità che cresceva,  sentendo con fiducia, il bisogno di evolversi.

A volte ho l’impressione che oggi tutto sia  relativamente  più conforme ed adeguato, ma altrettanto, fittizio,  non autentico, le strutture nonostante i loro limiti, risultano più rispondenti alle diverse esigenze, ma lo spazio più grande mi sembra direttamente proporzionale alle distanze tra gli uomini, così come crescente appare la mancanza di comunicazione. Quelle serate festose sembrano essersi frantumate in un gioco illusorio di specchi, non so se in questi anni, con la mia comunità ho camminato o se, artificiosamente, mi è sembrato di farlo.

Il cinema Odeon stracolmo, affollatissimo, attendeva la rappresentazione di “Giufà”, la compagnia era catanese, purtroppo non ricordo il nome, ma di quella sera non sono più riuscita a dimenticare nulla.  ”… la nostra memoria è la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire.  Senza di essa non siamo nulla.” Così scrive L. Bunuel.

Non faccio troppa fatica a scavare nei miei ricordi:  Giufà e i suoi “doppi”;  maldestro, credulone,  testardo,  a volte capace di spiazzare l’avversario, in modo inaspettato, saggio e folle allo stesso tempo, mi fa nuovamente pensare ad una ferita antica. Mi costringe ancora ad esplorare ed esaminare un complicato rapporto, mi fa descrivere un contatto, mi obbliga a ricordare un tenero conflitto.

Quella sera mi sono sentita inutilmente doppia, inservibile, esattamente come il protagonista dell’opera: troppo piccola e assolutamente inadeguata come madre; troppo grande per suscitare tenerezza  di  figlia. Sgangherata, svanita,  ridicola sognatrice, intrappolata in una maschera buffa. Sicura di riscuotere il mio credito, credevo veramente di poter vedere contemporaneamente la luna e le stelle.

E invece, ero del tutto incapace di restituire la bellezza di un sorriso o la voce gioiosa  di un canto, completamente inadatta a ristabilire l’armonia di una indispensabile e serena comunicazione affettiva.  Non riuscivo a capire in quale punto esatto della mia vita avessi consumato l’errore; mi sembrava infatti che tutto fosse a posto, ero già  più che  più che adolescente e ancora conservavo  nella mia camera un foglio, era la poesia di  G.Rodari quella  del primo giorno di scuola:  “… Scrivi bene, senza fretta, ogni giorno una paginetta. Scrivi parole dritte e chiare: AMORE, LOTTARE, LAVORARE.”

Mi era sembrato di essere stata ubbidiente, diligente … ma forse non abbastanza … Mentre Giufà si godeva i suoi meritati applausi, sentivo caldi e  minuziosi cristalli di acqua  scendere lentamente, sorridendo partecipavo alla commedia.

Solo dopo molti lunghi anni ho compreso che, un cuore  screpolato dal dolore, può decidere di non ricevere più ossigeno dalle manifestazioni esteriori, ritenendole prodotti di scarto, ma può ugualmente nel tempo, continuare  a  nutrire la sua anima con piccole gocce di rugiada, che si tramutano in linfa vitale per alimentare  gli affetti più cari.

Il cuore, piccolo imperatore del corpo e suo padrone assoluto, centro della vita spirituale ed affettiva, riserva all’interno delle sue cavità grandi sorprese, capaci di produrre straordinari frutti necessari per qualsiasi forma di vita. Con ritardo ho compreso che si può vivere nel dolore perenne, mantenendo dentro l’anima una magica alchimia.  La cesura con il mondo esterno può a volte, paradossalmente,  consentire la crescita esponenziale della disponibilità affettiva.

Ringrazio mia madre per avermi partorito, per avermi fatto conoscere la luce, per avermi indicato la strada e la ringrazio soprattutto per i miei innumerevoli “DIFETTI DI FABBRICA”, in una vicina e lontana adolescenza, sono stati spesso occasione per il trionfo di insensibilità e quotidiane perfidie, oggi con parole più moderne e adeguate si potrebbe parlare semplicemente di ”BULLISMO”.

Mi piace chiamare tali fenomeni con un termine antico, poco scientifico e piuttosto rudimentale, una sorta di tiro al bersaglio, piccoli, impercettibili aghi, punte di spillo, si conficcavano nel cuore, a volte riuscivano solo a scalfire, altre volte invece, facevano pieno centro, procurando gratuite lesioni … L’amore sincero, gli affetti e la maturità hanno  cicatrizzato le ferite  rimarginandole;  nel tempo è rimasta però la sottile amarezza per tanta, gratuita e inaspettata sopraffazione.

Il gioco impegnativo e logorante, mi è tornato tuttavia, straordinariamente utile, per intuire, scoprire, indagare, studiare e sconfiggere il mio procurato disagio, riuscendo talvolta ad intravedere persino  quello altrui. Decisamente una bella forma di crescita, che riesce anche ad intascare  una  appagante vittoria perché consente una piena consapevolezza  della  scelta . Si comprende e si apprezza la bellezza permanente di un sentimento autentico e duraturo,  sottoposto a volte  anche a prove piuttosto difficili e impegnative.

Per sgombrare il campo da ogni possibile equivoco, preciso che ogni famiglia rappresenta per i suoi componenti un piccolo e prezioso scrigno, non mi ha mai sfiorato neanche lontanamente il  solo pensiero di stilare  classifiche, le famiglie non sono ”SQUADRE”,  non è plausibile pensare che siano in  lizza tra loro per ottenere TROFEI.

I nuclei familiari, in genere, sprigionano vitalità, l’energia serve per unire e mai per dividere. Daniela Thomas, succoso frutto ricco di polpa assaporato a Villa Piccolo, nella sua PREZIOSA bacheca scrive che: la famiglia è una  “COSTELLAZIONE”, ogni suo membro rappresenta un pianeta. Daniela utilizza una splendida metafora ed accosta un nucleo familiare ad un ficus magnolioides …”ogni ramo, ogni foglia, ogni nuova radice sono al loro giusto posto. Così anche noi, quando ritroviamo la consapevolezza di essere ciò che siamo e niente altro.”

“Il laboratorio” mi ha portato troppo lontano e penso che moltissima strada abbiano fatto i suoi componenti, tanti anni sono trascorsi dal lontano 1984 e molte cose sono accadute, Pippo Galipò  per tanto tempo è stato una “vera spina  nel fianco” nel sollecitare, e soprattutto nel credere giustamente, che coltivare passione culturale potesse garantire  un vero salto di qualità per la Comunità Orlandina.

La presenza di G. Albertazzi , in occasione della sospirata inaugurazione dell’attuale teatro Rosso di S. Secondo, segnò la tappa fondamentale di un traguardo che tutti i meno giovani ricorderanno. Naturalmente tutto ciò, inevitabilmente era destinato a lasciare il segno  e così successivamente, tra le tante significative iniziative culturali promosse dall’Associazione , nacque anche una importante scuola comprensoriale di TEATRO, diretta dal regista e scrittore Michele Perriera, oggi scomparso.

Nel suo lungo e proficuo percorso “Il Laboratorio” ha regalato alla sua gente momenti di riflessione, commozione, ilarità, divertimento e soprattutto crescita. Le tournées  in Australia e in Venezuela, hanno saputo donare alle Comunità orlandine all’estero momenti indimenticabili, perché sempre caro rimane nel cuore di ogni uomo il profumo della terra lontana.

“Evviva il Sindaco”, “Voculanzicula”,  “La patente”, ”Il piacere dell’Onestà”,  ”Marionette che passione”, ”Non è vero ma ci credo”, ”U mastru di mastri”, ”I niputi du Sinnicu”, “Non ti pago”, ”San Giuvanni Decollatu”, “A luna n’to puzzu”, “E’ tutta una congiura”, ”Cavalleria Rusticana” … fino alle ultime fatiche come: “6 come 6”, ”Tredici a tavola”  e “i piaceri del tradimento” sono solo una minima parte di un ricco percorso destinato a proseguire, sia pure nelle difficoltà del momento.

Questi lavori segnano tappe, date e circostanze e si intrecciano indissolubilmente con la vita degli uomini e della Comunità. ”E si capitassi a tia?”, mi ricorda uno dei momenti più belli della mia vita, una splendida serata estiva , ad un passo dai templi di Agrigento, un piccolo, affollatissimo anfiteatro, un pubblico piacevolmente soddisfatto, un gruppo festoso, brillante  e ben amalgamato,  uno stato di grazia per un evento futuro, desiderato ed   atteso.

In tutto questo tempo attraversato da moltissimi avvenimenti, è cresciuta consolidandosi, la mia amicizia con Pippo Galipò, nel convincimento che il rapporto UMANO e PERSONALE sia sempre da salvaguardare al di sopra di ogni terrena “QUERELLE”. Galipò ex direttore responsabile dell’emittente televisiva Antenna del Mediterraneo, seppe darmi voce relativamente ad una lontana ed insignificante QUESTIONE naturalmente … dipende  sempre dai  diversi punti di vista.

Quando si crede che la ”DIGNITA’”  sia valore fondamentale  per ogni individuo, appare piuttosto difficile pensare di utilizzare  una “posizione tecnica “ per trarne un vantaggio politico.  Non reputo necessario aggiungere altro. Preferisco soffermarmi invece ancora sul” Laboratorio”, perchè ritengo molto importante il merito di questo gruppo riguardo la  realizzazione del Teatro “Rosso di S. Secondo”.  Nessuno in verità, è mai riuscito ad essere insopportabilmente  determinato e pressante  come l’attuale PRESIDENTE della compagnia

Naturalmente erano anche altri tempi e la cultura non era utilizzata come sagoma di cartone su cui campeggiavano superficiali scritte pubblicitarie, buone solo per strumentale propaganda. Si riteneva fondamentale rimanere coinvolti  nel  processo di crescita e con umiltà e avidità di sapere, si partecipava in modo più  autentico ed appassionato, evitando strumentali  e ottusi preconcetti, e ogni stupida forma di teatrale e superficiale apparenza.

Il laboratorio “Rosso di San Secondo” in occasione dei suoi 30 anni di attività, ha deciso di riannodare i suoi fili e aiutato da diversi sponsor regalerà alla sua Comunità una serie di  importanti manifestazioni  che  saranno diluite nel tempo fino al prossimo mese di Settembre. Il programma si concluderà  tra l’altro con la commedia scritta da A. Puglisi “Senza gelosia non si ama”e un  interessante convegno sull’opera e la figura  del drammaturgo “Rosso di San Secondo”.

Ripercorrendo la trentennale attività del Laboratorio, relativamente alla regia è impossibile non ricordare l’importante apporto di Anacleto Oliveri, Cono Messina, Angelo Santaromita Villa, Accursio Di Leo, Gianni Scuto, Nino Pizzo, Giambattista Spampinato, Vincenzo Cangemi, Antonio Puglisi, Gianfranco Perriera, Pippo Galipò e  Nella Natoli  a proposito di quest’ultima, mi piace sottolineare non solo la sua bravura  e la sua professionalità, ma anche il suo essere versatile e disponibile, costantemente pronta ad ogni nuova fatica.

La scorsa sera, nel teatro, ho avuto quasi l’impressione di trovarmi nella “STANZA DELLE OMBRE” e mi è sembrato di vedere altri attori collocati fuori dalla scena, occupavano contemporaneamente  diversi posti, avevano una posizione privilegiata, li ho visti quasi  in bilico in un proscenio che rappresentava una  “CORNICE ABITATA”.

Li ho riconosciuti tutti: Annamaria Maiorana, Giuseppe Orifici, Nino Pizzo, Vincenzo Cangemi, Pietro Valenti hanno avuto un  ruolo  importante nella compagnia, per questo  non hanno fatto mancare la loro presenza.  Hanno partecipato e applaudito e dal loro privilegiato e molteplice punto di vista,  hanno sorriso delle cose umane, divertendosi  al solo  pensiero che esasperato individualismo  spinto fino al cinismo, possa essere erroneamente considerato ragione di vita.

Probabilmente questi saggi  attori  hanno anche pensato  che le importanti  realtà, presenti a Capo d’Orlando, potrebbero  trovare in più occasioni, diversi punti di incontro,  nel completo rispetto della propria identità, assoggettata ad uno reciproco e giustificato scambio delle parti, si concretizzerebbe una fruttuosa collaborazione. Il risultato riuscirebbe a determinare una bella cascata di  frizzante e vitale energia per la collettività.

Tutto ciò appare più che necessario in un momento in cui crisi di identità e di ruoli confondono le carte, al punto da creare effetti di vero e proprio surreale spaesamento.  Federico G.Lorca sosteneva che ”non c’è vita senza teatro, la vita stessa è teatro” dunque, forse sarebbe il caso di tentare percorsi più dinamici, nell’intento di riposizionare adeguatamente valori e sentimenti  creando in tal modo, nuovi slanci verso scelte di vita più soddisfacenti.

Alcuni giorni fa, ho sentito che nella Baia di San Francisco, un  musicista ha trascinato il suo piano  sulla spiaggia e per molto tempo ha suonato da solo aspettando l’arrivo del buio,  con il  trascorrere dei giorni, altri musicisti si sono radunati nello stesso luogo,  richiamando l’attenzione di molte persone. Ora tutte le sere, una piccola Comunità aspetta di condividere momenti di rara emozione, riscoprendo nella musica,  la magica alchimia della vita.

Credo di aver capito che un piccolo quotidiano gesto di un inguaribile sognatore, abbia acquisito nel tempo una grande valenza simbolica: condividere insieme una speranza collettiva, racchiusa nella fiduciosa  ricerca di perduta armonia.

Sono certa che questa mia Comunità non sia affetta da “AGNOSIA” e anche se non sempre sia possibile  distinguere nitidamente le forme, credo  si possa ancora recuperare la vera essenza delle cose, riscoprendo il valore della misurata bellezza.

Desidero ancora ringraziare il Laboratorio per il lavoro svolto, per il sacrificio affrontato e per l’entusiasmo conservato, la  passione garantisce colore alla vita  che in tal modo non rimane imprigionata in un angusto contorno.

Inoltre a proposito di avvenimenti culturali desidero ricordare che la sala  dedicata al poliedrico e indimenticato Tano Cuva ospita la splendida mostra “OMINI” di F. Brancatelli.  A. Puglisi  la  sera della inaugurazione, nella sua presentazione,  in poche ed efficaci parole, ha spiegato come da un incontro in radio con l’artista sia  nata l’idea che, concretamente sviluppata, abbia generato un costruttivo  percorso di conoscenza, avvalorato da sottile e profonda emozione.

Farò di tutto perché i miei alunni abbiano la possibilità di visitare la mostra e possano così conoscere questi  “Piccoli uomini per grandi  sogni”. Tutto ciò,  perché mi piace l’idea di invitare i ragazzi a salire sui grandi rami degli alberi e ancor di più mi piace che, sotto forma di  meraviglioso gioco,  scatenino la loro fantasia,  imparando con intelligenza,  senza paura e senza false illusioni ad esplorare il loro mondo interiore.

Insieme guarderemo le creazioni  e leggeremo  le scritte che  accompagnano i quadri,  sarò felice di commentare con gli allievi tutte le opere. Guardando  il quadro:  “Ti prego mangia”, rifletteremo insieme su una  antica contraddizione:   l’abbondanza di cibo per bocche che non sanno alimentarsi  e l’inutile attesa di altre che vorrebbero nutrirsi, ed invano attendono …

Vorrei che i miei alunni comprendessero la forza del messaggio e nella vita  imparassero a scegliere sempre  il cibo giusto, quello senza coloranti e additivi,  quello buono e genuino che possa garantire loro una crescita sana  ed equilibrata; cibo che sia reale sostanza  in grado di garantire  autentica  nutrizione e vitale energia.

In genere fatti e avvenimenti si succedono in fretta ed ognuno ha una sua percezione della memoria;  oggi è già un altro giorno, l’artista è ritornato al suo lavoro,  la scena è chiusa e  gli attori riposte le loro maschere, hanno ripreso la loro vita. L’atmosfera teatrale mi sembra già abbastanza lontana eppure  arte e vita quotidiana continuano a mescolarsi insieme, generando altre commedie  senza sipario. Lentamente affronto una discesa per me consueta, De Andrè sta cantando “la canzone dell’amore perduto”, giungo alla fine della strada, prima di svoltare, affisso al muro un piccolo portafiori ospita due belle rose rosse, sono già sferzate dal vento e domani saranno appassite … sono tracce che appartengono alla vita.

Maria Grazia Librizzi.

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