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Barcellona: per non dimenticare Beppe Alfano. Le parole di Roberto Saviano


Vent’anni fa il giornalista Beppe Alfano veniva assassinato dalla mafia. Ieri a Barcellona è stato il giorno della memoria. Si è svolta al Duomo la messa in ricordo del giornalista Beppe Alfano, celebrata da don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera. A seguire la cerimonia di intitolazione di Piazza Trento ad Alfano, ucciso 20 anni fa dalla mafia. Nel pomeriggio al Palacattafi sono continuate le iniziative per l’anniversario, con un convegno su «l’omicidio Alfano, 20 anni per la verità», al quale partecipano Sonia Alfano, presidente della commissione parlamentare antimafia europea e figlia del giornalista ucciso, il presidente della Regione Rosario Crocetta, il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, Luca Tescaroli, sostituto procuratore di Roma, il giornalista Marco Travaglio e Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso a Palermo. E tra i tanti messaggi di solidarietà, c’è quello dello scrittore Roberto Saviano che riportiamo di seguito:

“Quando la famiglia Alfano mi ha chiesto di intervenire al XX anniversario della morte di Beppe ho provato un senso di inadeguatezza. Come se fosse ormai cosa ordinaria parlare di stragi e morti, come se fosse ormai introiettata l’impossibilità di avere una giustizia vera. Tutto normale, ci sono i criminali e ci sono le persone che vivono sotto protezione. Tutto ormai normale. Come normali sembrano ormai i venti anni trascorsi dalla morte di Beppe, venti anni in cui la famiglia Alfano è riuscita ad avere una giustizia solo parziale per un omicidio che ha sconvolto le loro esistenze. Venti anni in cui la famiglia Alfano è stata troppo spesso lasciata sola. Beppe Alfano nel momento esatto della sua morte, ha smesso di essere Beppe ed è diventato un simbolo. E i simboli solo apparentemente ricevono consenso, rispetto, ossequio. Il simbolo in realtà ben presto diventa un peso che in pochi sono in grado di sostenere. Il simbolo deve stare lì, immobile, in una teca a prendere polvere: che gli anni ne offuschino il ricordo, che rendano indistinti meriti e fragilità umane. Il simbolo si rispetta, ma va liquidato, risolto, va neutralizzato perché tutti si sentano a posto, perché nessuno possa dire io potevo fare e non ho fatto. Io potrei fare e non faccio. E due sole persone in carcere, in venti anni di indagini per l’omicidio di Beppe, è tutto sommato un prezzo esiguo che la mafia ha dovuto pagare per togliere di mezzo chi rischiava di mandare a monte un ingranaggio che stava funzionando a perfezione. Alfano stava facendo saltare i meccanismi: era necessario sacrificare un uomo, un “visionario” convinto che a Barcellona Pozzo di Gotto, patria della mafia messinese, una mafia tonta, come si preferiva credere, si nascondesse addirittura il boss dei boss, Nitto Santapaola. E dopo la morte, come ha più volte denunciato Sonia Alfano, la solita, consueta, vergognosa diffamazione. I soliti tentativi di screditare il lavoro e la reputazione di una persona coraggiosa che ha voluto fare il suo dovere senza temerne le conseguenze. Morto per ragioni passionali, per pedofilia: Beppe insegnava educazione tecnica alla scuola media, quale migliore occasione per macchiare la sua rispettabilità. Ma se questo schifo non è riuscito a mortificarne le doti, è vero anche che l’indignazione per la sua morte è durata poche settimane. Come quella per la morte di Pippo Fava o di Mauro Rostagno. Tutto come prima. Solo una vittima in più. Ecco perché queste due giornate di commemorazione, di ricordo e di confronto sono fondamentali, necessarie. L’intervento degli organismi nazionali e internazionali impegnati nel contrasto allemafie è fondamentale perché si crei una piattaforma mondiale condivisa di contrasto alla criminalità organizzata. Perché noi italiani, nonostante ci vogliano far credere che parlare di mafie significhi diffamare il nostro paese, in questo possiamo davvero essere utili al resto del mondo. E poi sarà fondamentale incontrare gli studenti: è dalle scuole che bisogna partire. È da lì che la cultura della legalità va insegnata e appresa. Ma una cultura della legalità che superi le differenze, che superi i colori politici, che non guardi e non miri a interessi personali, di parte. L’antimafia può essere un balsamo, ma può essere anche un grande alibi. Beppe Alfano ha fatto antimafia nel modo più alto. Ha fatto antimafia come metodo per aggiustare ciò che vedeva intorno a sé non funzionare. Un metodo artigianale, quasi, di stare nel mondo. Se questo sarà anche il nostro obiettivo, Beppe non si sarà sacrificato invano”.

Roberto Saviano

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