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FEDERICO MIRAGLIOTTA: “VI RACCONTO LAMPEDUSA”

Federico Miragliotta, direttore del CSPA di Lampedusa, si racconta in questa intervista. I centri d’accoglienza, le tante storie dei migranti che giungono in Italia inseguendo il sogno di una nuova vita lontana dagli stenti e dalle guerre, le emozioni e le paure che questo lavoro così difficile comporta, le passioni che, nonostante tutto, non ha mai abbandonato, e soprattutto la rabbia e l’indignazione nei confronti dell’indifferenza che suscitano questi argomenti.

– Tu sei direttore del LampedusAccoglienza e del CSPA, puoi spiegarci cosa sono questi centri, che funzione svolgono e come sono dislocati sul territorio italiano?

In Italia i centri sono divisi in centri CSPA, che sono i centri di prima accoglienza, che solitamente sono posti in zone di mare, come a Lampedusa, poi ce n’è uno a Cagliari e un altro a Crotone. Dopo i CSPA ci sono i centri per la seconda accoglienza, che sono i CARA, ovvero i centri per richiedenti asilo politico. In base al percorso giuridico che seguirà il migrante, quando ci sono degli accordi di rimpatrio fra l’Italia e gli stati da cui provengono i migranti, vanno in questi CIE, cioè i centri d’identificazione ed espulsione, che assomigliano molto a delle galere, perché c’è una forma anche di restrizione della libertà personale, rispetto ai CARA che sono molto più liberi.

– Una volta accolti gli immigrati cosa succede? Vengono rimpatriati?

 Lampedusa, è il primo punto d’approdo dei migranti, dove rimarranno per una media di permanenza di circa 72 ore. Loro, qui, per legge, vengono accuditi, accolti, preidentificati, foto segnalati dalla polizia di stato e poi smistati nei territori italiani e nei centri dislocati adatti. Il problema è, chiaramente, il meccanismo del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Se tutti gli altri centri d’Italia sono pieni, – perché l’immigrazione è un fenomeno molto importante -, accade che la media di permanenza a Lampedusa cresce. Quindi, invece che stare tre giorni, magari, i migranti restano da noi per sei giorni. Si verifica, dunque, che se arrivano altri migranti, mi trovo ad avere quelli che già avevo più i nuovi arrivati..

– E come gestite la situazione?

Molto dipende dalla linea politica governativa che viene seguita. Ad esempio quest’anno, quindi, per il 2012, siamo arrivati a massimo 700 migranti, – una volta arrivati a 700 riescono ad essere poi trasferiti su territorio italiano -. Differente è stato l’anno scorso, quando a marzo del 2011, arrivò un grande flusso dalla Tunisia, e, invece che trasferirli, decisero, a mio avviso, di far esplodere una situazione sull’ isola. Perché, prima 100, 500, poi 1.000, 2.000, 3.000, fin quando il 26 marzo, io mi trovai a gestire 7.800 immigrati. Bisogna considerare che i lampedusani sono 5.000, per cui c’era un numero di migranti superiore al numero dei cittadini. E, nel caso di specie, tutti i giornalisti italiani, chiamarono questa zona, “la collina della vergogna”. Il centro accoglienza ha una ricettività di mille posti, siamo arrivati ad accogliere anche 2.000 persone, ma certamente 7.000 non le puoi ospitare.

– Come avete affrontato questa emergenza?

L’anno scorso io feci una scelta, l’unica che si potesse fare, ossia trasformare, in un certo senso, tutta l’isola di Lampedusa in un grande centro accoglienza. Presi le procedure organizzative interne che seguo io al centro e creammo, grazie anche alla disponibilità della prefettura e del comune, dei punti satellite, arrivando a gestire circa 8 – 9 centri accoglienza. Sostanzialmente, quindi, c’era il punto di partenza che era il CSPA, dove si preparavano i pasti, si organizzava la distribuzione dell’abbigliamento e si gestivano tutte le operazioni principali e poi tutti gli altri punti. Così siamo riusciti a gestire la situazione, anche se, ci furono dei momenti di forte tensione, perché ovviamente si può immaginare cosa significhi gestire 7.000 persone su un’isola di 22.000 mq…

– Invece, gli abitanti come vivono ed affrontano la situazione? Sono tolleranti?

Non direi che c’è una tolleranza a 360°. Ma è pur vero che i lampedusani non sono italiani e non sono neanche africani. Secondo me, loro hanno un’identità molto forte – è proprio un discorso di natura antropologica – , come tutti gli isolani del resto, in quanto si sentono lampedusani e sono fieri della loro appartenenza a questa piccola isola nel Mediterraneo. Per cui, c’è una parte di loro che è molto molto accogliente, – teniamo presente che il nostro personale è tutto di Lampedusa -, e questo rende evidente il fatto che da parte loro c’è una buona predisposizione.

E’ chiaro che al momento della forte emergenza, si rimboccarono le maniche anche loro ed aiutarono. Ma quando, l’anno scorso, l’isola venne messa in ginocchio da questi sbarchi che sembravano non finire mai,  – arrivarono 50.403 persone -, ed a settembre ci fu un ulteriore gesto dimostrativo da parte dei nordafricani, che diedero fuoco al centro per poi scappare, fondamentalmente per essere trasferiti.. lì abbiamo vissuto dei momenti di forte tensione.

– Le persone che lavorano con te in questi centri sono volontarie o fanno parte di qualche associazione o cooperativa?

La società per cui lavoro io, la LampedusAccoglienza, è una Srl, che nasce dall’unione di un consorzio di cooperative di Catania che si chiama Sisifo, e di un’altra cooperativa agrigentina. Queste due grosse società hanno dato vita a questa LampedusAccoglienza, che ha partecipato ad una gara d’appalto con la prefettura ed ha vinto, quindi, adesso prende una quota per ciascun migrante gestito all’interno. Questa quota si aggira tra i 30 e i 50 €, e per ciascun giorno e per ciascun migrante che viene accolto al centro, la Prefettura, il Ministero dell’Interno, paga alla società questa somma.  Proprio per questo non ci sono volontari, ma solo persone regolarmente impiegate e con un contratto di lavoro.

– Torniamo a parlare dei migranti. Quali sono le aspettative al loro arrivo in Italia ed al centro e qual è il loro stato d’animo?

Sicuramente dipende da dove arrivano. In linea di massima, i migranti sono persone sane. Da questo punto di vista i colleghi giornalisti non fanno un buon lavoro. Per quanto ci siano delle situazioni di forte stress emotivo, in cui i migranti possono sviluppare quella che in termini tecnici viene chiamata “Sindrome di Ulisse”, per cui sono in una sorta di stato di dissociazione spaziotemporale, tanto da non riuscire a capire neanche dove si trovano. Questo dal punto di vista clinico, ma escluso questo, si, ci possono essere delle sindromi post traumatiche da stress, delle forme psichiatriche, ma in linea di massima su un campione di 100 persone, può succedere che 3 o 4 abbiano di questi problemi.

Per quanto riguarda le loro aspettative.. Sono molto forti. Queste persone arrivano in Italia sognando di rimanervi e di trovare un posto di lavoro. Bisogna tenere presente che il migrante che arriva a Lampedusa, vuole essere trasferito in Italia e sa benissimo che non rivedrà mai più la sua terra. Ad esempio, un somalo che arriva in Italia, non può più ritornare a casa, per una questione oltre tutto di totale assenza dei mezzi di locomozione, ma anche e soprattutto per un discorso di ritorsione, perché chi scappa dalla Somalia o dalla Nigeria, scappa per motivi di guerra e domanda asilo politico.

– Raccontami un po’ come si svolge una giornata tipo all’interno del centro..

A Lampedusa non esiste l’idea che la mattina ti alzi. Questa è più un’azione legata ad un concetto di lavoro normale. Supponiamo una situazione normale.La giornata può iniziare verso le 8 del mattino. Io al centro coordino un gruppo di lavoro che varia dalle 40 alle 170 persone, dipende da quanti immigrati ho. C’è il medico, l’infermiere, l’assistente sociale, lo psicologo, i cuochi, gli operatori socio-assistenziali, il direttore, il vice direttore.. e tutte le figure professionali che possono essere utili. La giornata si svolge così: vengono organizzate le turnazioni di lavoro, si parla conla Prefettura, conla Questura, si organizzano i trasferimenti, vengono disposti i pasti e quindi si acquistano i prodotti e le forniture e si pulisce tutto il centro. Poi, si fanno i colloqui psicologici, vengono prestabiliti dei registri medici, si fanno le visite mediche in h24, perché il medico che lavora al centro rimane da noi, come in un normale 118.

Ipotesi:  arriva uno sbarco alle 19. Io vengo contattato dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza, che mi comunicano, per esempio, che lo sbarco avverrà due ore dopo. Noi scendiamo con i nostri mezzi, abbiamo gli autobus, l’ambulanza, viene fatto un primo triage medico, – non è presente “Medici senza Frontiere” , è presente l’ASP normalmente -, triage medico, volto ad escludere che i migranti possano essere affetti da malattie ectoparassitarie, come ad esempio la scabbia. In seguito, i migranti vengono accompagnati dentro il centro, dove vengono nuovamente visitati. Poi vengono perquisiti e preidentificati, per cui c’èla Poliziadi Stato che fa loro un breve interrogatorio per dargli un nome, un cognome e una data di nascita. Fatto ciò, segue il foto segnalamento, ovvero, i migranti vengono fotografati, vengono prese le impronte digitali, in modo da inserire ognuna di queste persone nei database a livello europeo, per consentirne l’identificazione in ogni momento.

Una volta visitati ed identificati, ai migranti, vengono distribuiti i vari kit contenenti vestiario e la scheda telefonica internazionale, in modo da consentire loro di telefonare in terra d’origine per avvisare che sono arrivati. Dopodichè, viene effettuata un’ulteriore visita medica individuale e vengono accolti all’interno del centro. Il centro accoglienza ha una ricettività di 804 posti, anzi aveva, perché a seguito dell’incendio dell’anno scorso si sono persi dei posti, che ancora non sono stati recuperati.

Una volta accolte le persone, vengono organizzati dei corsi di prealfabetizzazione della lingua italiana, se, invece hanno necessità di vedere un avvocato, sono presenti le organizzazioni non governative, l’Alto Commissariato dei Rifugiati Politici, l’OIM – Organizzazione Internazionale per l’Immigrazione e Save The Children. Queste associazioni hanno il compito di effettuare un’informativa legale ad ogni migrante ed allo stesso tempo accogliere le domande d’asilo politico e monitorare gli standard d’accoglienza.

Lo sbarco era giunto alle 19 della sera, quindi, tutte queste operazioni si protraggono nel corso della notte, per cui magari alle 6 del mattino vado a letto per dormire e alle 8 succede un problema x e dobbiamo ripartire. Abbiamo pure superato il record di 52 ore no stop. Certo non è sempre così, ma molto spesso succede.

– Invece, dal punto di vista economico finanziario, come viene gestito il centro? Ci sono dei fondi a cui si attinge per poi garantire ad ogni persona la giusta assistenza?

LampedusAccoglienza fa parte di questo grosso consorzio di cooperative che gestisce tantissime altre strutture. Io come direttore ho un mio superiore, che è un amministratore delegato e un consiglio d’amministrazione. L’amministratore delegato è Cono Galipo’, che insieme al suo gruppo societario gestisce tantissime altre strutture, per cui, fondamentalmente, si riesce a far girare l’economia e ad avere credito bancario. Noi, comunque, come gruppo societario non ci occupiamo solamente di immigrati, ma anche di servizi alla persona; curiamo, infatti, case di riposo, servizi domiciliari integrati all’interno della provincia, ad esempio di Catania o di Messina. E’ un gruppo societario abbastanza forte.

– Vivere ogni giorno a contatto con i disagi, le precarietà e la sofferenza di queste persone, è un’esperienza molto forte, che ti cambia..

Io, racconto sempre questa cosa: sono arrivato a Lampedusa nel maggio del 2007, ed al primo sbarco che arrivò vidi una madre con un bambino di un anno. Questo bambino, proveniva da 72 ore in mare, era vestito malissimo – com’è logico si possa immaginare -. Ricordo, che mi sentii molto scosso, però avevo preso quest’impegno lavorativo. Arrivato ad un certo punto imparai a crearmi una barriera.. molte volte mi dicono “ tu, ormai, sei diventato duro là!”.. dev’essere così!

Anche perché rischi il burnout, questa sorta di patologia psicologica legata al fatto che interiorizzi tutta questa sofferenza e può esplodere tutta in una volta. Quindi, non puoi che fare in questa maniera e creare una barriera. Poi, magari, io personalmente tramuto e trasporto il tutto all’interno delle mie pubblicazioni.

– Tu, sei laureato in legge, sei avvocato, come sei arrivato a scegliere di esercitare questo tipo di lavoro?

Ritengo che a uno come me a cui piacciono, veramente, per passione, in maniera incredibile, Bukowski ed il blues non possa fare l’avvocato. Io ho fatto un percorso di studi, mi sono pure abilitato all’esercizio della professione legale, però, ho avuto sempre una grande passione per i servizi alla persona e per la persona. Mi piace, mi piace molto la gente, per quanto poi io possa, dal di fuori, dare l’idea di essere una persona un po’ cupa ed un po’ per i fatti suoi.

Decisi, dunque, di non fare l’avvocato per seguire questa passione nei confronti dei servizi alla persona. Iniziai facendo il servizio civile, invece che il militare, presso una cooperativa di Cono Galipo’. In quell’occasione mi trovai all’interno di una casa di riposo, ebbi a che fare con degli anziani, e questa esperienza a contatto con la gente che aveva delle difficoltà mi piacque molto. Così scrissi un libro, per conto di Galipo’, che ci vide lungo e capì che mi sarebbe piaciuto questo genere di lavoro e che potevo essere potenzialmente una figura da sfruttare dal punto di vista lavorativo.

Da lì, iniziai un percorso, lavorando dapprima all’interno di una casa di riposo, sempre gestita da Galipo’. Posso dire che Cono Galipo’, dal punto di vista di crescita professionale, è il mio padre putativo. Non che io non abbia screzi con lui, ma da tutti i punti di vista, è stata una persona che mi ha preso ragazzino, neo laureato, e mi ha portato a gestire una situazione che, io, ancora oggi, guardo con meraviglia, per quanto adesso siano quasi 6 anni che sono là, ma vivo quest’esperienza tutti i giorni come se fosse il primo.

Un giorno, Galipo’, mi propose di fare questo servizio a Lampedusa e io da pazzo, – perché se potessi tornare indietro direi di no -, dissi si, e mi ritrovai a 29 anni ad essere il direttore di un centro accoglienza, più giovane d’Italia. In una situazione allucinante tale per cui tutti i funzionari di questura, di prefettura, giustamente, mi guardavano con meraviglia. Poi, non è una questione di competenze, perché le competenze le puoi maturare, però se non hai passione un certo tipo di lavoro non lo puoi fare.

– I tuoi studi legali ti sono serviti, in qualche modo, durante questa esperienza?

Si, mi sono serviti in un certa misura per scappare dal rigore normativo con il quale certi avvocati ragionano. Cioè, mi sono serviti nella misura in cui chiaramente io mi riesco a relazionare con un ministro o un prefetto, anche grazie alla dialettica che mi è stata data dai miei studi universitari. Fermo restando che io sono convinto che non è la laurea che fa la persona. Si, per questo mi sono serviti, ma per altro, là ogni giorno è diverso, devi sempre improvvisare. Gestire un centro accoglienza è un po’ come il blues.. le note sono sempre in settima e tu hai la pentatonica, e giri sempre attorno a questa, però devi imparare a saperla usare in maniera giusta altrimenti non ne esci più!

– Quindi, potendo tornare indietro, non sceglieresti di seguire questa strada..

Ti dico la verità, no, che non lo rifarei.. sicuramente è un’esperienza molto forte, molto, molto forte. Mi dispiace molto che si sappia poco su Lampedusa ed in generale sull’immigrazione e sui tanti episodi che io vivo giornalmente. E mi dispiace purtroppo l’indifferenza che c’è e si nota, non nei confronti del mio lavoro, bensì nei confronti dell’intera struttura. Questo mi dispiace molto, anche perché io non sono l’unico Orlandino che ha lavorato a Lampedusa. Ci sono altre persone che hanno lavorato con me per un lungo periodo, gente che ha fatto un lavoro che nessuno conosce. Cose che dovrebbero essere urlate, ma non per mettere in mostra la propria bravura o per egocentrismo, bensì per far vedere alcune cose in maniera diversa. Quando stai lì, a contatto con queste persone, che dopo giorni in mare arrivano a terra, quando vedi una madre che ha perso il suo bambino, e vedi l’indifferenza o la superficialità – non voglio fare il moralista, purtroppo è un mio limite – io m’incazzo.

Mi da fastidio l’intellettuale che guarda dal di fuori senza conoscere. Io ho saputo, visto, letto con i miei occhi di gente che parla di Lampedusa senza mai esserci stata. Io a queste persone direi di venire a Lampedusa e di venire a vedere!

Io ricordo, più di un’autorità, – anche ad alti livelli, anche senatori anche della Lega Nord -, che quando vengono là e vedono con i loro occhi.. sai, cambiano! Perché poi, là, si azzera la politica, si azzera la destra, si azzera la sinistra. Là, c’è un molo, un marciapiede freddo, buio, e ti arriva questo barcone carico, con 170 persone e con tutti i problemi che derivano dai giorni passati in mare, dalle precarie condizioni.. si azzera tutto quello che noi siamo abituati a vedere. Questo, ovviamente, non vuol dire che uno non debba godere delle comodità che la vita gli ha dato, anzi bisognerebbe ringraziare, tendendo, però, anche l’occhio da quella parte, provando a rendersi conto di quel che succede.

Inizialmente, accusavo chi non conosceva Lampedusa e le sue dinamiche, ma col tempo ho iniziato a pensare che oltre ai problemi che ci sono a Lampedusa, ai problemi dei migranti, ci sono anche i problemi della nostra quotidianità. Il nuovo lavoro letterario che sto preparando verterà, quindi, su una sorta d’immaginario paragone tra questo migrante su un barcone che arriva a Lampedusa e che vive al momento, e non sa neanche se mangerà, e , l’insieme delle nevrosi che viviamo noi “occidentali”, e non solo, anche i problemi di chi non arriva a fine mese. Per cui vorrei trovare questa sintesi tra il problema del migrante che ti lascia senza parole ed il problema del vivere una quotidianità così difficile come quella che stiamo vivendo ultimamente.

– Quando sei arrivato a Lampedusa per la prima volta avevi idea di cosa avresti trovato, cosa ti aspettavi?

Quando studiavo non avrei mai immaginato che nella mia vita avrei fatto questo. Mai. Io, di Lampedusa avevo un’idea. Mi ricordavo un servizio visto al telegiornale, con questi immigrati attaccati alle reti del tonno, a mare. Associavo Lampedusa a questo. Poi, una situazione simile l’ho vissuta una volta che lavoravo lì. Comunque, no, non sapevo e non avrei mai potuto immaginare o pensare nulla di tutto ciò che poi ho vissuto.

L’altro giorno ho fatto qualche conto, da quando sono a Lampedusa ho sulle spalle circa 99.500 migranti gestiti. E’una vita. 99.000 sono tantissimi, sono una città. Non potevo assolutamente immaginare.

Sicuramente, spero di potere dare una svolta, – non lo nascondo -, sono molto stanco e soprattutto segnato da questa esperienza, però, vorrei lasciare che gli altri la vivano. Dare spazio agli altri, anche e soprattutto per informare, e mostrare a tutti cosa succede realmente e cosa significa. Fermo restando che ci siano dei problemi difficili anche a Capo d’Orlando, o in generale, non è che noi siamo degli eroi. Assolutamente. Anzi..

Come Orlandino, ecco, forse, – con una battuta un po’ polemica -, avrei voluto, non a Federico Miragliotta, ma a questo gruppo di orlandini, anche un po’ capitanati da Cono Galipo’, – che checché se ne dica è una persona con delle capacità gestionali enormi, che purtroppo spesso, a Capo d’Orlando, non vengono tenute in giusto conto -, avere, non dico il plauso, nemmeno il riconoscimento, però la giusta considerazione per quello che si è fatto. Una persona a me molto cara dice sempre : “ Non bisogna farsi sempre l’autoelogio, però a volte puntualizzare è importante”.

 

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